Ieri, domenica, mi sono svegliata con uno strano senso di tristezza e di turbamento. Ho fatto colazione, anzi abbiamo fatto colazione io e il mio cane, lui con i suoi biscottini e io con la mia roba, ma avevo un pensiero fisso, una visione emersa nella mattinata, prima di alzarmi. Infatti nello stato ipnopompico (notate, prego, come sono erudita 😎 : ipnagogico è lo stato tra veglia e sonno e ipnopompico l'opposto) io ho il massimo di chiarezza mentale ed è il momento in cui mi quadrano i pensieri, risolvo problemi o mi invento cose.
Il pensiero non è una cosa concreta, infatti viene rappresentato dentro delle nuvolette, e quindi, per farlo diventare qualcosa di concreto , deve esser espresso con delle parole. Allora, sulla chat di WhatsApp nella quale si chiacchera, ho scritto questo :
A mente serena, come si dice, temo di capire che il mio essere "diversa tra normali" può essere vissuto solo con una certa dose di illusoria incoscienza da parte mia e con una certa dose di non voluta ipocrisia da parte degli altri. Le immagini, che io trovo a volte impietose, me lo ricordano, come anche capisco che lo scappare non voluto di un "lui" è, in fondo, un breve momento di sincerità. Devo elaborare interiormente questa realtà nelle mie relazioni, se non voglio finire in solitudine o tra persone mie simili, come succede quasi sempre. Oppure sparire e, come dissi una volta, appena possibile, sciogliermi in società in modo invisibile nella mia nuova identità ; cosa che mi pare impossibile perché io sento di essere la mia storia che non potrò certo cancellare. Oppure fare l'eremita in Himalaya, abbandonando ogni inutile maschera identitaria. Scusatemi questo delirio che è scaturito da un momento di tristezza.
In verità avevo visto le foto e il filmato dalla celebrazione del mio anniversario che aveva inoltrato Rossella , e non mi ero piaciuta per niente. Avevo visto le mie "virgolette" ( per usare la metafora che mi sono inventata per segnalare la mia diversità) grandissime, enormi, quasi a ricoprire del tutto la Marialisa che vorrei essere. Quella sensazione me la sono portata tutta la notte e poi, la mattina, mi è venuto quel pensiero.
Quasi subito Rossella, scrive
Allora non ti sono bastate le nostre coccole!
In effetti il riscontro che ho chiesto alla fine del mio discorsetto è stato un profluvio di complimenti e di parole gentili che, come mi è capitato di dire, mi ha spinto in alto, in una vertigine, in un sentimento il cui nome non mi veniva, che ho definito "l'opposto della vergogna", che ora ho scoperto essere la fierezza, l'orgoglio. Che sono sentimenti che non ho mai intensamente vissuto - forse sporadicamente per qualche successo di vita - ma mai come motore esistenziale. Ma il troppo, quando è troppo, è troppo, come si dice, e ha lasciato il segno. Non era questo che volevo come "regali".
Dopo un po' Marilena scrive, sentendosi investita forse del fatto che a lei, a volte , "il lui " scappa :
Cara Marialisa vivi con serenità e non ti curar di me che ogni tanto sbaglio inavvertitamente. Per me è importante che sin dal primo momento ti ho voluta sinceramente bene e non per ipocrisia.
L'ipocrisia a cui mi sono riferita prima l'ho definita come "non voluta", cioè imperfezione inconscia della percezione e degli automatismi dialettici, e più avanti in questo post cercherò di spiegare meglio cosa ho voluto dire e, forse, anche il perché questo accade.
Le rispondo così :
Marilena non è te che ho pensato, ne a nessuno altro in particolare. Accade inevitabilmente, perché sapete di me, che nel volermi bene, nelle belle parole, nella gentilezza di tutti voi il mio secondo specchio, quello delle interazioni sociali, un po' si appanna. Non vedo più chiaramente la riflessione della mia nuova identità che, per esempio, banalmente, una cassiera del supermercato mi restituisce porgendomi lo scontrino: "Ecco, signora" . Voi non ne avete colpa, ripeto, è inevitabile, il problema è mio che sento distorta, per quanto mi sforzi di apparire come Marialisa, la mia nuova identità, in una comunità che conosce la mia vera originaria natura. Devo elaborare una soluzione e lo devo fare io, non voi. Grazie comunque della tua risposta e del tuo affetto del quale non ho mai dubitato.😘
Stamane, al solito, prima di alzarmi ho avuto un'altra visione, un'altra interpretazione, di quello che accade.
Inoltre mi sono ricordata che moltissimi anni fa - 23 per la precisione - avevo scritto già di questa problematica. Vi riporto quel post dell'epoca (Maryliz ero io, e capite anche da dove viene Marialisa).
Da: "Maryliz"
Data: Mar Set 3, 2002 12:55 pm
Oggetto: Immagine e simboli
Sono ormai 19 mesi di ormoni. E, nonostante il tempo sia passato, ho sensazioni molto simili a quelle di Stephy. Mi chiedo : “Come potrei smettere ? Come potrei tornare indietro ? C’è una ragione valida per farlo? “
I miei cambiamenti, apportati omeopaticamente, hanno creato strane occhiate, sguardi stupiti, forse pettegolezzi, ma non mi importa molto.
Non è tanto il seno, che è visibile ad occhi attenti nonostante la t-shirt e la camicia, ma è il viso quello che più stupisce.
Una volta Mirella scrisse : “ Levare la barba ti cambia la vita “.
Infatti l’immagine che gli altri conservano di noi subisce uno stravolgimento brusco quando la barba sparisce o si attenua molto.
Sto leggendo un libro di disegno.
Si intitola : “Disegnare con la parte destra del cervello”. Questo libro spiega che la difficoltà principale che molti incontrano nel disegnare risiede nel fatto che la mano è guidata dalla parte sinistra del cervello. E, notoriamente, la parte sinistra è quella specializzata nel linguaggio, cioè alla strutturazione simbolica della realtà.
Cioè la gente vede un viso e, utilizzando la parte sinistra del proprio cervello, abbandona la visione di dettaglio e d’insieme per costruire mentalmente un insieme di simboli : gli occhi, il naso, i capelli, la barba : quell’insieme è l’immagine conservata, come una frase, come un concetto.
Non avete mai provato quella strana sensazione di disagio, quasi di fatica visiva, nel riconoscere qualcuno quando questo si taglia i baffi, o toglie gli occhiali?
Cosa vuol dire ? Che la nostra percezione è tutt’altro che dedicata ai dettagli ma è puramente simbolica.
Quando invece si usa la parte destra si comincia a percepire diversamente la realtà, ci si fonde con essa, si entra nel dettaglio. Provate a farlo guardandovi allo specchio in tutti i dettagli o riosservando chi è vicino ed è disponibile a farsi scrutare. Sto cercando di farlo in questi giorni e sembro matta…
Ed ho scoperto che io non ho mai saputo osservare gli esseri viventi. Infatti non li so disegnare. Mentre ciò che è inanimato ho imparato a saperlo guardare e disegnare.
Ecco, quindi, come gli altri ci vedono. Distrattamente. Non capiscono. E’ come se, improvvisamente e senza ragione, intercalassimo parole straniere, in un nostro discorso. E gli suona strano, incomprensibile.
Tutto questo è anche un vantaggio. Sia chi non ci ha visto da un po’, sia chi ci vede tutti i giorni, non avendo mai veramente visto, ma solo organizzato simbolicamente la nostra immagine, interpreta molto probabilmente il suo disagio come un errore mnemonico. Infatti, solo se è in confidenza ci chiede, ad esempio “ Ma hai cambiato occhiali ? “
Ma ritorniamo alla barba.
La barba, o la sua ombra, è un simbolo associato alla immagine maschile. Eliminare quell’ombra produce un po' di sconcerto. Tutto il resto, se non troppo ostentato, non crea grandi turbamenti.
La barba mia va e viene. Quando va, mi guardano strana. Quando torna, anche se rada, sale e pepe, vedo tutti più tranquilli, rassicurati. Tranne mia moglie che sa che divento nervosa ed irascibile. Dovrei decidermi a fare qualche passo deciso per eliminarla per sempre.
Per il resto, se devo esser sincera, a dissimulare il mio seno soffro un po'. Ma capisco che l’inserimento del simbolo per eccellenza della femminilità nella percezione altrui della mia immagine non può esser indolore. Se mi decidessi a fare questo passo dovrei necessariamente chiarire che, da quel momento, io comincio a comunicare in un altro linguaggio (quello femminile) nell’espressione visiva di me.
Non so.
Al solito scrivo per riversare i miei dubbi e leggo per nutrirmi delle vostre certezze (quando ci sono…).
Baci
Mary
Io con questi scritti stimolavo il dibattito in quella mail-list e infatti ebbi un bel po' di risposte. Ne riporto qui una perché aggiunge elementi al discorso, un racconto di vita anche divertente.
Da: "Mia"
Data: Mar Set 3, 2002 4:47 pm
Oggetto: R: [disforia di genere] Immagine e simboli
Acuta e piacevole come sempre, cara Mary: la gente non vede.
Non so se si tratti sempre di miopia involontaria, o se invece a volte abbiano proprio bisogno di non vedere (così possono evitare di porsi domande alle quali non saprebbero dare risposte).
Mentre leggevo le tue parole, mi veniva in mente una scenetta avvenuta qualche tempo fa nell'azienda dove presto servizio di supporto due volte la settimana (è il nostro cliente più importante, e quindi abbiamo un accordo che prevede una supervisione periodica in loco). E' opportuno precisare che in quest'azienda non mi presento in gonne, al fine di non turbare eccessivamente equilibri che risultano comunque, per altri motivi, poco stabili. Però, gonne a parte, tutto il resto è assolutamente inequivocabile.
Per farla breve, la settimana scorsa avevo rotto l'elastico per i capelli, e la chioma ribelle, non preparata ad affrontare la libertà con un minimo di ordine, mi è praticamente esplosa sulle spalle... uno dei dirigenti, con il quale mi vedo abitualmente per concordare i piani di sviluppo, e che mi ha inevitabilmente visto, negli anni, cambiare radicalmente aspetto, abbigliamento e comportamento (e tengo a precisarlo, si tratta di una persona in gamba, sveglia, vivace... mica un imbalsamato, tanto per intenderci) mi ha guardato e mi ha detto, con tono scherzoso: 'che succede, il tuo barbiere è in ferie ?'
Per utilizzare le parole di Mary, io pensavo di aver davvero smesso di dissimulare: moltissime donne usano i pantaloni in ufficio, e io ormai mi vesto, mi trucco e uso accessori esattamente come una qualsiasi di loro (beh, concedetemi una civettata: spero un po' meglio, in realtà). Ciò nonostante, per molti di loro rimani identica, immutata ed immutabile: ti hanno guardata realmente (forse) la prima volta che ti hanno vista (visto), hanno parcheggiato quell'immagine nel loro cervello e non si sono più posti la domanda... e fino a quando non dovessi prenderli uno per uno, a quattr'occhi, e gli dicessi: Mia, mi chiamo Mia, non Augusto, capisci ?... beh, ecco, secondo me fino a quel punto non accadrebbe niente... poi, forse, una volta tanto, potrebbero alzare gli occhi e guardarmi, e finalmente dirmi: 'scusi, ma... lei chi è ?'.
Ciao, vado a lavorare, se no finisce che mi cacciano... ma non per disforia :-)
Mia
Adesso azzarderò qualche spiegazione, risultato dei miei ultimi pensieri mattutini.
Posso ragionevolmente affermare che la questione di tutti, mia e degli altri, è come formiamo l'immagine di noi e degli altri. Questa immagine, nella mente, viene trasformata e quindi associata ad una rappresentazione simbolica. Quando si ha a che fare con una persona come me si hanno queste due possibilità di rappresentazione simbolica ( li metto nelle nuvolette perché sono pensieri inespressi, quasi dei sentimenti) :
Cadere - non si tratta di scegliere, capita in un modo o nell'altro - in una o nell'altra rappresentazione simbolica determina che i meccanismi automatici dell'espressione dialettica o anche di altre funzioni relazionali con gli uomini o con le donne - tra l'altro diversi tra donne e uomini - vengano inevitabilmente influenzate.
Anch'io, per me stessa, mi sento come la frase a sinistra ( se mi penso, mi penso stanca e non stanco, o quanto sono stata scema, non scemo, ecc.) mentre sono sicura che qualcuno mi percepisce come la frase a destra e, quasi sicuramente, manco ne è consapevole.
Ovviamente chi mi conosce da una vita, parenti, vecchi amici, non può che adottare il pensiero di destra, anzi, all'inizio lo declina come " E' un uomo che avrà un futuro come donna" e quindi è ovvio quali saranno i suoi atteggiamenti naturali nei miei confronti. Altri atteggiamenti sarebbero una forzatura, una finzione indotta dalle circostanze.
Io mi auguro che, nel tempo, chi mi conosce possa avere solo il pensiero di sinistra e dimenticare il pensiero di destra. Dipenderà anche da me far dimenticare quella realtà. Ci metto tutti i mezzi, ma capite che, alla mia età, non è proprio semplicissimo.
E' venuto un post lunghetto, forse noioso e un po' presuntuoso, ma siate indulgenti con me.
Grazie per essere arrivati fin qui.

