La vittoria dell'invisibilità

Ci sono sfide il cui esito non è sicuro fino a quando non te ne accorgi.

Oggi sono stata in farmacia ASL a ritirare i farmaci che servono a mantenere il mio stato e non farmi ritornare a quello precedente. Da qualche anno questi farmaci vengono dati gratuitamente alle persone come me e si risparmia non poco. Qualcuno dirà : " E' un tuo capriccio, li devi pagare ! ". Non saprei che rispondere a chi la vede in questo modo. Sarebbe una specie di Silvana De Mari che mi obbligherebbe ad andare nel bagno degli uomini ( a rischio stupro)  qualunque sia la mia apparenza. 

Apparenza, appunto. 

Oggi, aspettando, tutti mi hanno visto come una signora ( altina ok 😏). Una tizia al telefono : ho una signora davanti (cioè io) ; la farmacista : prego signora, s'accomodi ; ecc. Quindi la mia apparenza è tale da rendermi invisibile come persona trans-qualchecosa.

La stupidità, l'ignoranza e la malafede di questo mondo a cui NON mi onoro di appartenere pretende invece di celebrare questo


Non c'è proprio niente da celebrare.
Questo è l'opposto di quello a cui aspira una persona sinceramente in transizione. Vuole arrivare dall'altra parte, restarci e, per quanto possibile, non esser riconosciuta più come persona che ha guadato il fiume tra i generi.
Quindi questi "transumani" aspirano a creare una società distopica, non più duale e quindi, secondo me, instabile, che richiede strutture legislative, sociali, regole di convivenza alterate rispetto a quelle che conosciamo.
Questo è il progressismo, indefinito e indiscriminato, e di maniera, che vogliono spacciare per progresso.

La contentezza e la felicità

Non riesco a non filosofeggiare. 

Questo mi rende antipatica - lo so - ma non posso farci niente e non mi importa molto.  Scrivo qui, al solito, per fissare le mie idee in modo da ritrovarle e poi, se sarà necessario, anche cambiarle con consapevolezza evolutiva.

Ho scoperto, leggendo, qual è  la differenza tra contentezza e felicità. Non avevo mai riflettuto abbastanza su questi due concetti, ai quali è legato il senso della nostra vita.  Sembrano concetti simili, adiacenti mentalmente, invece sono molto diversi nel significato e tutti noi ne hanno vissuto, o ne stanno vivendo, la loro sostanza esistenziale.

La contentezza ha la radice etimologica analoga al "contenere" quindi nel definire qualcosa che ha dei limiti. Infatti si dice : "Sono contenta, si, mi accontento" delimitando il proprio sentimento di piacere di vita alle circostanze che si stanno vivendo che, complessivamente, sono accettabili, non danno sofferenza e producono appagamento stabile. In altre circostanze, e con riferimento a me stessa, io ho definito questo uno STATO PSICOLOGICO. Dove stato è proprio inteso come differente dal MOTO,  che invece  è l'alternativa possibile.  Per esser in  uno STATO, cioè fermi, ci deve esser un ancoraggio. qualcosa che informi con una morale o con il senso del dovere, questa stabilità.  Ovviamente  mi riferisco alla contentezza non sporadica, non a quella di un sorriso per una barzelletta. Quella é allegria.
Tanto per fare qualche esempio , si dice : Sono contento del mio lavoro; non è male. Me lo faccio piacere, mi accontento e mi serve per mantenere la mia famiglia ( senso del dovere) . Oppure :  Sono contento di essermi vaccinato, perché è giusto nei confronti degli altri ( conformismo morale) .

La felicità è un concetto soggettivo. Potrebbe significare il soddisfacimento di tutti i nostri desideri e inclinazioni, ma il raggiungimento di un così ambizioso traguardo personale porterebbe, a quel punto, ad uno stallo e, quasi sicuramente, alla nascita di altri desideri o al disincanto per quelli soddisfatti. Ecco che si capisce chiaramente( almeno io lo trovo chiaro)  che la felicità è un MOTO PSICOLOGICO ed è proprio alternativa alla contentezza. Una è un film, l'altra è una foto.

Ripercorrendo la mia vita, io ho riscontrato che quando, vent'anni fa, iniziai la mia transizione io mi misi in moto alla ricerca della felicità e , per un periodo non breve, riuscii a sentire questa sensazione di appagamento nella mia trasformazione fisica e psicologica, nella mia crescita e anche in quella della mia compagna ( più difficile e impegnativa per lei). Ero, eravamo, in MOTO.

Poi, come metaforicamente racconto, la velocità di questo moto ci travolse e io, invece  di fermarmi ad una piazzola per lasciarla scendere e ripartire sgommando, mi fermai. Rientrai nello STATO PSICOLOGICO dell'accontentarmi per il bene mio e per l'amore della mia compagna, con il senso di maturità e di consapevolezza che, posso affermare, è una mia disposizione interiore. E passarono vent'anni.

Poi avvenne l'irreparabile ed io, sempre consapevolmente, mi sono rimessa in MOTO. Iniziai il mio viaggio alla ricerca di un nuovo equilibrio espressivo, di una nuova realtà interiore ed esteriore. So già che non potrò raggiungere mai  il miraggio ideale che la mia mente costruisce, ma in questo consiste l'aspetto più piacevole, esplorativo, anche divertente, della mia nuova vita.

La felicità si può solo ricercare.



Festa/Ricordo della mamma

Mia mamma non c'è più. E' normale ad una certa età che sia così. La festa della mamma è fatta per le mamme che ci sono ancora ma penso che estenderla anche alle mamme che non ci sono più - magari cambiando il nome da "festa" a "ricordo" - sia bello e auspicabile.

Che ricordo sia allora, anche se sono passati vent'anni dalla sua morte, gli stessi vent'anni d'intervallo della mia vita, tra una transizione interrotta e una appena ricominciata. 

E mi vien facile ricordare, perché ventitré anni fa, in una giornata di pioggia di quelle terribili - che il cielo è scuro e viene giù un fiume verticale- scrissi un email su mia madre, in quella mail-list di persone  a me simili, che amministravo.

Ve la ripropongo. All'epoca lei non era ancora mancata. E io ero quella che ero.


Da:   "Maryliz" 

Data:  Ven Nov 8, 2002  12:26 pm


Oggetto:  Piove

 


             Piove.

 


L'altro ieri ho rivisto mia mamma.

Mia mamma è una mamma di quelle che ti dicono: " Piove. Mettiti la maglia pesante ! Portati l'ombrello ! ecc., ecc."

A dire il vero non ho mai avuto un felice rapporto con mia mamma.

Lei, a partire da una certa età, credo sia vissuta in funzione mia : la mia nutrizione, il mio abbigliamento erano le sue preoccupazioni. Ma fu dopo che mia sorella si sposò ( avevo 14 anni. mi pare) che io restai ancor più al centro della sua attenzione.

In realtà io mal sopportavo questa sua invadente attenzione, e provavo fastidio per le sue, a volte istintive, intrusioni nella mia privacy. Non so cosa effettivamente sapesse di me, ma credo che in certi periodi sospettasse qualcosa.

 

Ricordo una volta che costruii delle tette finte di gomma piuma, e le feci cave dentro in modo da dare loro morbidezza e poterle infilare in fondo a due portapenne capienti che avevo sulla scrivania.

Lei se ne accorse e mi chiese spiegazioni ( qualcosa le puzzava evidentemente.). Io, prontamente, le spiegai che servivano per non rovinare le penne e la punta affilata delle matite. La giustificazione le bastò ma, ripensandoci, che poteva fare ? Ognuno crede o non crede a ciò a cui vuole o non vuole credere.

 

Una volta ebbe un incidente stradale terribile. Proprio di fronte al cancello di casa.

 

Avevo 17 o 18 anni e lo ricordo come fosse ora. In quell' istante stavo leggendo con un sacco di emozione ed eccitazione un librettino che ebbi la sfacciataggine di comprare chiedendolo in libreria: la avvincente duplice biografia di due transessuali mitiche, Pina Bonanno e Gianna Parenti.

Sentii un crash terribile e corsi fuori. Mia mamma, che aveva sbattuto il viso, sanguinava urlando dentro l'automobile semidistrutta.

Un'auto che passava ci accompagnò in ospedale, dove i medici si preoccuparono anche per me perché, bianco come un cadavere, pensavano che stessi per svenire. Ma non svenni. La vista del sangue mio o altrui non mi ha mai fatto paura.

Mia mamma venne ricoverata anche se fuori pericolo, e, in sua assenza, feci man bassa nel suo guardaroba, nei cassetti dove conservava le cose più antiche, di quando era più giovane. Era tutta roba adatta alla mia magrezza giovanile. 

 

Crescendo la mia autonomia da lei aumentò. Nessuna confidenza però avvenne mai. Ci separava il mio sempre più crescente livello di indipendenza e di conoscenze e la sua mentalità semplice da pura casalinga siciliana. Ripensandoci credo che, a volte, io mi comportassi crudelmente con lei, perché capitava che le facessi pesare alcune sue lacune culturali. Evidentemente stavo costruendo, esercitandomi anche su di lei, la mia orribile corazza maschile dentro cui nascondermi. Iattanza, supponenza, gusto della battuta feroce erano componenti fondamentali di questa corazza.

 

Il tempo della scuola superiore passò veloce e così l'università. La sua preoccupazione era nutrirmi sostanziosamente. Anche perché la mia magrezza era sempre stata una sua preoccupazione. Direi quasi una fissazione. Pastasciutta e bistecca, o roba di equivalente potere nutrizionale, erano pietanze obbligatorie. E il tuorlo d'uovo con lo zucchero sbattuto a zabaione non doveva mancare il pomeriggio. Credo che la sua preoccupazione fosse anche evitarmi, secondo lei, il deperimento organico a cui ero destinata per le pratiche onanistiche di cui a volte, distrattamente, lasciavo tracce inconfutabili.

 

Poi conobbi Cristina. La sua rivale.

Già, rivale.

 

Perché la donna di un figlio è la rivale di una madre apprensiva e protettiva. I suoi interrogatori da terzo grado per investigare sulle doti da massaia della mia ragazza furono tipici. Ma, alla fine, dovette fare buon viso a cattivo gioco. Del resto Cristina era bella, dolce, bravissima anche in cucina, sempre gentile e disponibile e non ci furono scuse possibili.

Quando ci sposammo (non in chiesa, e questo fu per le famiglie un piccolo trauma ma ormai si erano un po' abituati alla mia indipendenza culturale) lei restò sola.  Mio padre è sempre stato incapace di darle vero affetto e suo figlio, l'oggetto delle sue attenzioni, la sua ragion d'essere degli ultimi 15 anni, era andato via. Per sempre.

 

Non deve essere stato facile i primi tempi. Lei compensava la carenza di affetto -  da dare più che da ricevere - invitandoci a pranzo, telefonando spesso. Preoccupandosi della nostra salute più che della sua, che non è che fosse delle più floride.

Gli anni passavano e posso dire che mia madre telefonava quasi ogni giorno, per i motivi più banali, per sentirmi, forse solo per ascoltare la mia voce.

 

Poi, quasi improvvisamente, qualche anno fa, le telefonate non arrivarono più.

 



        Piove forte.



 

L'altro ieri ho rivisto mia mamma. L'ho rivista dopo due o tre settimane che non tornavo dai miei.

Lei è sempre felice di vedermi. Le brillano gli occhi. Si vede che è felice.

Mi bacia con trasporto.

Ma non credo che capisca. Non capisce ne perché si sente felice ne perché ha voglia di baciarmi.

L'Halzaimer ( o quello che è ) le ha lasciato solo un po’ di memoria. Si ricorda di me, ma non sa chi sono. Pazzesco, no?

Ormai perde mezzo chilo al mese : è ridotta una larva. Peserà, si e no, 40 Kg.

Non ne avrà per molto.

 


        Piove sempre più forte. 



Cadono gocce copiose.

Non solo dal cielo.

 

Mary

 

PS. Scusatemi.. ma avevo voglia di scrivere.

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Emozionò non poco questa mia email. Mi risposero così :


Da:   "Mia" 

Data:  Ven Nov 8, 2002  1:09 pm

Oggetto:  R: [disforia di genere] Piove

 

Sai che c'è di bello in questa lista  ?

C'è che se ti abbraccio, anche se siamo a migliaia di km di distanza, tu lo senti ...

Mia

 

 

 

Da:   Mauxy 

Data:  Ven Nov 8, 2002  1:18 pm

Oggetto:  Re: R: [disforia di genere] Piove

 

Ecco Mary, per una volta non ci becchiamo su globalizzazione ed altro, che bella cosa hai scritto! Alla fine della mail avevo voglia di abbracciarti, stringerti.

Si, gli anni passano e lo vediamo improvvisamente quando andiamo a trovare un padre o una madre dopo tanto tempo, a volte sembra che il tempo non passi mai e poi all'improvviso ne abbiamo un cognizione improvvisa e violenta.

ciao Mary

 

  

 

Da:   "mila majolic" 

Data:  Sab Nov 9, 2002  1:33 pm

Oggetto:  Re: Piove

 

Ciao Mary,

ciò che hai scritti mi ha profondamente toccato. Riesci a denudare la tua anima, a sviscerarla nella sua complessità raccontandoti. Io non riesco a farlo. Ne ho paura. Per questo non posso fare che ammirarti.


Mia mamma, nonostante tutto, visse altri quattro anni, in uno stato di demenza senile, a casa, assistita da mia sorella

                                            

Foto dell'epoca. Sembra che saluti da un altro mondo, dove era già prima di andarsene.

Ciao mamma.


Non è Marialisa. Non è Mario.

Non vi confondete.

Sono IO a piangere.

Sono IO a stare bene o male

Sono IO ad amare

Sono IO a soffrire

Sono IO a gioire

Sono IO a scegliere

Sono IO a desiderare

Sono IO che ho indossato la persona che preferisco e che ho ripudiato l'altra.

Ma sono sempre IO. 

Non è Marialisa. Non è Mario.