Questo è il racconto rinnovato di un viaggio tra i generi.
La percezione del nostro passato non è mai chiarissima,
mai perfettamente definita.
I ricordi, i sentimenti e le emozioni vissute si affastellano, si aggrovigliano come fili di un unico gomitolo che sembrerà poi impossibile svolgere e districare.
Scrivere per ricordare servirà a tirare i fili di quel gomitolo, per riannodarli ad uno ad uno, e così tèssere una nuova trama per il proprio futuro.
Io non guardo la TV, ma guardo You Tube ( senza pagare e sorbendomi la pubblicità). Ormai YT, con i suoi algoritmi, sa cosa mi interessa, quindi basta aprire il mio canale e il sistema mi propone un video che al 90% mi piace e che ascolto con piacere. Stamattina mi arriva questo (sotto il link) - Le Confessioni di Sant’Agostino - Il Dialogo dell’Anima con sé stessa: Filosofia e Cura di sé - M'incuriosisce perché di S,Agostino conoscevo le sue affermazioni filosofiche sul tempo, che è un argomento che mi attrae in modo particolare. In questo video, nelle parole del professore (bravo veramente), nelle attente citazioni, ritrovo anche ragione di questa mia tensione intellettuale. Ecco alcune citazioni dal video che riguardano il TEMPO .......
Nel libro 11º delle confessioni Agostino offre una delle meditazioni più profonde originali sull'esperienza del tempo, che non può essere compresa attraverso le categorie ordinarie, ma solo attraverso un'introspezione dell'anima. Il tempo, scrive, non esiste se non nel presente. Passato e futuro sono rispettivamente ricordo e attesa, dimensioni che si svolgono nell'orizzonte del presente. Ecco uno dei passaggi fondamentali delle confessioni di Agostino. ( Quideste ..... ...punctum temporis ; non riporto la citazione in latino - Confessioni 11 14 17 22.). Che cos'è dunque il tempo? Chi può definirlo facilmente e brevemente? Che cos'è il tempo? Se nessuno me lo chiede, lo so, ma se volessi spiegarlo a chi me lo chiede non lo so. Sembrano esserci tre tempi: passato, presente, futuro, ma il passato che non è più, il futuro che non è ancora, il presente che è solo un attimo, non solo tempo, ma come un punto del tempo. Questa riflessione mette in crisi la concezione comune del tempo come una realtà oggettiva e lineare per collocare invece il tempo all'interno dell'esperienza soggettiva e dell'anima stessa. Agostino prosegue evidenziando che il tempo si misura nel cuore umano, nel modo in cui esso trattiene il passato attraverso la memoria, si protende nel futuro con la speranza e vive il presente come attenzione viva. Il tempo però è nell'anima, infatti la memoria conserva il passato, l'intelletto il presente, la speranza, l'attesa del futuro. Questa profonda intuizione spirituale e filosofica fa del tempo non un'entità indipendente, ma un fenomeno legato indissolubilmente alla coscienza e alla sua relazione con il divino. Il tempo è così vissuto come una dimensione dinamica interiore, un orizzonte in cui l'anima si muove nel dialogo con se stessa e con Dio in una tensione verso l'eternità che è la vera casa dell'essere. In questo modo Agostino apre un nuovo orizzonte della filosofia esistenziale. La comprensione del tempo non può essere disgiunta dall'esperienza personale, dalla riflessione sull'io e dalla sua apertura al trascendente. Questo dialogo non è semplice introspezione, ma una pratica filosofica che si svolge in un tempo sospeso, in cui la ragione, la memoria, il desiderio e la volontà si confrontano in un movimento dinamico e fecondo.
..................... E poi nel video alcune riflessioni sullo scrivere, e sullo scrivere di se, cosa che io pratico da decenni. Bella spiegazione sulla sua utilità. .................................
Tra questi spicca, in modo particolarmente affine alle confessioni l'ESERCIZIO DELLA SCRITTURA DI SE', come nel caso dei pensieri di Marco Aurelio o delle lettere di Seneca. Scrivere era un modo per ordinare la vita interiore, per riconoscere le proprie passioni, per dare forma e parola a ciò che nell'anima tende al disordine. Anche Agostino, sebbene con una vocazione teologica radicale, si inserisce in questa linea di pensiero e di pratica. Le confessioni non sono solo una narrazione, ma un esercizio spirituale in forma autobiografica, un dialogo con Dio che è anche in profondità, un dialogo dell'anima con se stessa. Questo tipo di scrittura ha una forza trasformativa, non si limita a raccontare, ma metabolizza l'esperienza, trasforma il vissuto in consapevolezza, il dolore in speranza, la fragilità, in sapienza. Questa prospettiva può essere ripresa e attualizzata anche in chiave laica. Il dialogo interiore non richiede necessariamente un riferimento confessionale. Può essere esercitato come pratica filosofica autonoma con l'obiettivo di raggiungere una maggiore lucidità di sé, una più profonda coerenza etica, una disponibilità ad aprirsi alla verità.
------------- Chi vuole, ha tempo(!), e gli interessa approfondire, qui il video.
Avere un cane è bello, ma è anche una grande responsabilità. Il cane dipende da te perché gli devi dare il cibo, il ricovero per l'inverno, lo spazio per muoversi e, se si ammala, lo devi curare. Tutto ciò se hai un cane e lo vuoi tenere con te civilmente, da esser vivente con dei diritti che TU gli riconosci, anche se lui non sarebbe in grado di rivendicarli ( mai visto cani fare scioperi, cortei, ed a tirare su cartelli : DATECI PIU' CIBO ! VOGLIAMO PIU' BOCCONCINI E MENO CROCCANTINI ! )
Quando il cane è piccolo, tipo così
ci sono altre complicazioni perché non ha ancora capito che la cacca e la pipì non si fa ovunque, appena gli viene. E quindi giù a sgridare, e pulire, con lui che magari, nel frattempo, ti guarda con curiosità e innocenza senza alcuna consapevolezza del guaio che ha combinato.
Quando il cane non è più un cucciolo, o per razza un cagnetto adulto da 5 kg, ma un animale che pesa oltre 30 kg, tutto si complica.
Il cibo si quadruplica, lo spazio a lui necessario cresce molto, e qualunque cosa combina può fare vero danno. Scava buche profondissime, alza la gamba e fa la pipì in ogni angolo, o albero, o pianta, o ruota d'automobile, degna della sua attenzione. Ha fortunatamente ormai capito che il giardino è il suo bagno, non la casa, ma la sua cacca non è piccola e bisogna camminare con attenzione nelle zone che ha scelto (chissà con quale criterio canino) per espletare i suoi bisogni.
Mi rimproverano che io non l'ho saputo educare. In effetti il mio cane è molto indipendente, nel senso che non è come quei cani che gli dici "FERMO!" e lui sta fermo. Lui non sta fermo. Se è nel suo momento di esuberanza giocosa, qualunque gesto o comando per lui è una specie di conferma che stiamo giocando e quindi ti guarda, agita la coda, magari sta un attimo perplesso, e poi ricomincia a saltare, correre o ti invita a tirare qualcosa.
Dicono che la colpa sia mia. Io, che ho avuto altri cani nella mia vita, comunque non ho mai seguito un corso per addestratori e poi, sinceramente, lo AMO. Anche quando combina guai, lo guardo con una indulgenza che definirei "materna" ( le mamme umane mi perdonino questa appropriazione indebita dell'aggettivo ) e difficilmente riesco ad aver quel tono aspro e deciso di condanna del mal fatto che potrebbe - forse - indurgli un futuro cambio di comportamento. E lui se ne approfitta.
L'evento più complicato da superare è però quando mi accorgo che sta male. Che ha qualche fastidio insuperabile a lui stesso, e che ha bisogno d'aiuto.
Una volta, nel suo fervore di spolpare e rompere l'ultimo pezzo d'osso che gli avevo dato, una scheggia gli si incastrò nel palato, tra i denti, di sopra. Fortunatamente ero con lui, seduta sul divano mentre rosicchiava ai miei piedi, e lo vidi alzarsi, e agitarsi, aprendo spasmodicamente la bocca, con fastidio e sofferenza. Di primo acchito non capii, pensai che qualcosa gli si fosse incastrata in gola, ed ero terrorizzata. Lui si avvicinava a me, e si faceva mettere la mano in bocca, e poi si allontanava di nuovo. L'ultima volta di questo andare e tornare, guardai giusto, mi accorsi della scheggia e gliela levai. Fui felice della sua tranquillità successiva, e mi parve pure che lui esprimesse una qualche forma di riconoscenza: l'avevo salvato, piccolo mio.
Per due volte, nei mesi scorsi, un forasacco
un seme d'erba, che si trova ovunque nel mio giardino, gli è entrato in un orecchio. Questo coso maledetto, con la sua forma ad ombrello chiuso, quando entra non esce più, hai voglia a grattarti.
Il problema non è tanto levarglielo ( il veterinario lo fa in un minuto ) ma portarlo in ambulatorio e soprattutto convincerlo che lo stiamo aiutando, che tutto questo è per il suo bene, e che sarebbe meglio stesse calmo. Lui non sta calmo. Anzi diventa abbastanza nervoso ed aggressivo e non vuole toccato, specialmente nelle parti che gli stanno dando fastidio.
In pratica è necessario addormentarlo: prima sedazione con una puntura alla coscia di scapocchio, e poi, dopo avergli messo la museruola (operazione impossibile, se fosse completamente sveglio) una iniezione in vena. E crolla addormentato, così
L'altro giorno, ha avuto l'ennesimo fastidio all'orecchio. Anche stavolta si grattava, ma in modo differente, leccandosi dopo la zampa, come se avesse un umore emanato da gustare ( i cani hanno strani gusti ). Stava con la testa inclinata e questo è segnale di un fastidio - forse anche di dolore - permanente
Chiamo mia cognata ( la veterinaria è sua amica) e ci diamo appuntamento in ambulatorio : io, il cane, e lei.
Il mio viaggio con lui, da casa fino al vicino ambulatorio, è stato drammatico. Avevo comprato quella rete di protezione che si mette in macchina per dividere l'abitacolo, in modo che il cane non possa interferire con la guida. Mai acquisto (dai cinesi) fu peggiore di questo. La rete troppo morbida ed elastica non poteva mai impedire ad un cane di 32 kg, quasi tutti di muscoli, di cercare di attraversarla e di venire a guidare con me. Neanche a 500 metri da casa, era già tutto avvolto in quella rete, ansimante, bloccato senza alcuna speranza di potersi liberare da solo. Mi sono dovuta fermare. Lo libero con una fatica immane, sudo come una spugna, e poi riparto a tutta velocità, proprio correndo a zig zag nelle stradine, perché così lui era distratto dal dover stare in equilibrio.
Arrivo dal veterinario e, dopo un po' di attesa, durante la quale lui sale con le zampe sul bancone della reception per vedere cosa c'era dall'altra parte, comincia la solita routine : sedazione (stavolta doppia, che una non è bastata) museruola, e anestesia. Gli trovano una otite e l'operazione stavolta è un po' più complicata : lavaggio e gocce di antibiotico cortisonico, per quanto ho capito, una tantum.
Il costo dell'operazione è stato più del doppio delle altre volte. Ormai è la terza volta, che vado da questo veterinario e, sono registrata nel loro database. La prima volta, pagando con il bancomat, loro dovevano fare fattura e quindi mi chiesero il codice fiscale. Dilemma. Se gli avessi dato le mie generalità e il mio attuale codice fiscale, la "signora con il maremmano" improvvisamente sarebbe sparita per diventare altro, un altro che ognuno avrebbe definito in funzione delle sue percezioni e anche, purtroppo, pregiudizi. In pratica, io stessa avrei rotto a martellate il secondo specchio (chi mi legge sa cos'è). Troppe spiegazioni. Siccome queste situazioni avevo già previsto da tempo potessero accadere, avevo creato con un generatore su internet, il codice fiscale che - un giorno spero non troppo lontano - sarà di Marialisa. E infatti gli diedi quello e nel farlo forse, anzi sicuramente, commisi qualche reato. Nel caso mi scoprissero (difficile) penso di avvalermi di un collegio di penaliste molto brave, che conosco: riuscirò così ad ottenere la riduzione della pena, da scontare agli arresti domiciliari, che non mi cambia quasi niente nella vita.
E fu così che salvai l'identità della "signora con il maremmano".
Questa è la trascrizione che ho fatto di un video, eliminando le poche ridondanze colloquiali. E' un argomento che mi interessa molto, mi emoziona sentirne parlare - quasi alla soglia delle lacrime - e mi ritrovo e mi interrogo su me e su quello che ero e che sono.
Alla fine le mie riflessioni e il link al video, per chi si scoccia a leggere.
C.Jung - Anima e Animus : il Dialogo segreto delle Energie interiori Femminile e Maschile
Esploreremo insieme la visione del grande psicologo svizzero sull'equilibrio tra le energie interiori maschili e femminili incarnate dagli archetipi di anima e animus.
Introduzione
L'uomo interiore è androgino. E' una frase che può disorientare, ma anche aprire orizzonti inattesi. L'uomo completo e androgino non è un'affermazione ideologica né una provocazione moderna. è un'intuizione antica che attraversa la sapienza di Platone, l'alchimia medievale, la mistica ebraica e infine approda con parole nuove nella psicologia del profondo di Carl Gustav Jung.
In ognuno di noi, uomo o donna che sia, agiscono due energie fondamentali, due polarità che Jung chiama maschile e femminile, ma che vanno intese ben oltre la semplice distinzione biologica o culturale dei sessi. Per Jung queste due forze non sono opposte, ma complementari e solo dalla loro danza armonica può emergere una psiche veramente integra, viva, creativa.
La loro tensione è insieme un conflitto e un'alleanza, la radice stessa del processo di crescita interiore. La visione di Jung si inserisce in un'epoca, la prima metà del secolo, segnata da profondi squilibri tra razionalità e sentimento, tra scienza e mito, tra maschile e femminile nella cultura e nell'anima. Eppure il suo pensiero non è datato.
Oggi in un mondo che oscilla tra nuove identità fluide e vecchie resistenze patriarcali, parlare di equilibrio interiore tra maschile e femminile non è solo attuale, è urgente. Ma cosa significa esattamente maschile e femminile in termini psicologici? Di quali energie parliamo? Per capirlo dobbiamo entrare nel mondo degli archetipi, delle immagini primordiali dell'inconscio collettivo che Jung ha saputo riscoprire e interpretare come mappe interiori.
Tra questi archetipi ce ne sono due che hanno un ruolo centrale: l'anima, immagine del femminile nell'uomo, e l'animus, immagine del maschile nella donna. Sono figure simboliche che abitano i sogni, i miti, le proiezioni amorose e i percorsi spirituali. Non sono fantasie, sono presenze psichiche reali, attive, trasformative.
Ecco perché per Jung l'equilibrio tra maschile e femminile non è una questione morale o sociale, ma un compito interiore, un processo di individuazione che ciascuno è chiamato ad attraversare. È una riconciliazione degli opposti che avviene nel cuore della psiche, spesso in modo faticoso, ma sempre rivelatore.
Questo è il punto da cui partiamo. L'essere umano è completo finché non impara ad abitare entrambi i suoi poli, a riconoscere l'altro dentro di sé, a danzare con la propria ombra e con la propria luce, con la logica e con l'intuizione, con l'azione e con la ricettività. In questo viaggio ci accompagneranno due compagni interiori, l'anima e l'Animus, figure antiche e vive, misteriose e necessarie.
Archetipi fondamentali, anima e animus.
Ogni anima è un paesaggio popolato da figure. Alcune emergono dai sogni, altre appaiono nei turbamenti dell'amore, nei pensieri improvvisi, negli slanci creativi o nei momenti di profonda solitudine. Jung ha dato un nome a due di queste figure interiori che non sono solo nostre, ma ci attraversano come parte di un'antica eredità collettiva.
Le ha chiamate anima e animus. Non sono immagini decorative, ma forze archetipiche reali, attive, trasformative. sono, potremmo dire, i due volti interiori dell'alterità, l'altro dentro di noi. L'anima e il femminile presente nell'uomo. Non è un concetto né un ideale, ma un'immagine viva che nasce e si sviluppa nel rapporto dell'uomo con la sua interiorità, con il proprio mondo emotivo, con il mistero del corpo e con il linguaggio del sogno.
Jung la descrive così. Nel suo inconscio ogni uomo porta l'immagine eterna della donna, non quella di una determinata donna, ma una figura femminile che egli ritrae dal fondo del proprio essere. Questa immagine è l'archetipo dell'anima e rappresenta il femminile per eccellenza, un'immagine sedimentata per via ancestrale, una sintesi di tutte le esperienze degli uomini con le donne, condensata nel profondo della psiche (cit. L'uomo e i suoi simboli. 1964).
L'anima appare nei sogni, nelle visioni, nelle fantasie. È spesso mutevole, talora seducente, talora irraggiungibile. Talvolta compare come giovane donna eterea, altre volte come madre saggia o come misteriosa straniera che conduce l'uomo in luoghi che egli non ha mai osato esplorare.
L'anima è ponte tra la coscienza e l'inconscio, tra l'io e il sé. Quando è accolta conduce in profondità, quando viene respinta o ignorata agisce nell'ombra provocando inquietudine, dipendenza, confusione. Jung osserva con chiarezza: "L'anima è quella funzione che collega l'io con il mondo dell'inconscio.
Essa costituisce una guida naturale verso il sé, ma può diventare anche un ostacolo se non è riconosciuta trasformandosi in un complesso autonomo che domina la personalità". (cit Psicologia e alchimia 1944).
Ma c'è anche il maschile nella donna? La risposta non è simmetrica. Nell'universo psichico femminile la figura complementare si chiama Animus. Anch'egli è un archetipo, ma un volto diverso, più duro, più verbale, più astratto. E la voce interiore del logos, del principio razionale, dell'autorità. Spesso si manifesta come un'opinione rigida, una certezza che non ammette replica, una convinzione impersonale che prende il posto dell'ascolto.
Jung dice: "L'animus si presenta solitamente come una pluralità di opinioni prestabilite, come frasi fatte, giudizi netti e taglienti che agiscono nella donna in modo automatico. È la forma più impersonale dell'archetipo maschile nella psiche femminile(cit.. Tipi psicologici 1921). Anche l'Animus può evolvere, può diventare una guida interiore, un compagno spirituale, una voce ispirata, ma il suo volto più frequente è quello dell'arroganza mentale, della parola inflessibile, dell'uomo interiore che impone e non ascolta. Jung ha osservato che in molte donne l'Animus si manifesta inizialmente come un tiranno invisibile, un sacerdote interiore, un critico costante che spesso si rivela più autoritario degli uomini reali.
Nel loro lato oscuro, anima e animus sono complessi autonomi, capaci di prendere il controllo delle personalità, di proiettarsi sulle relazioni esterne, di confondere l'amore con l'illusione. L'anima può portare l'uomo a idealizzare una donna reale senza mai veramente vederla per ciò che è. L'Animus può spingere una donna ad aderire a principi astratti oppure ad affidarsi a figure maschili carismatiche che incarnano l'autorità ma non la verità.
Tutte le grandi passioni amorose sono in un primo momento, proiezioni dell'anima. L'amante non ama l'altro per ciò che è, ma per l'immagine archetipica che l'altro risveglia. (cit. Psicologia del transfer, 1946 ). Tuttavia non bisogna pensare che queste figure siano negative, al contrario, sono necessarie al processo di individuazione.
Sono le guide simboliche che ci introducono nel mondo profondo, le soglie da attraversare, gli specchi nei quali dobbiamo imparare a riconoscerci. Nella tradizione alchemica l'anima è spesso associata alla Sofia, alla luna, alla rosa mistica. l'animus al sole, al re, alla parola creatrice.
Insieme essi sono le due metà dell'essere umano completo, come nel mito platonico dell'androgino o come nel simbolo orientale del Tao, in cui il bianco contiene sempre un punto nero e il nero un punto bianco. Non si tratta allora di reprimere l'anima o l'animus, ma di ascoltarli, conoscerli, integrarli, di imparare a convivere con la loro voce senza esserne dominati.
Quando vengono riconosciuti diventano forze creative. L'anima apre l'uomo alla poesia, al sogno, alla compassione, alla spiritualità. L'animus offre alla donna lucidità, parola, azione consapevole, libertà interiore. Ogni passo verso la consapevolezza, dice Jung, comporta un sacrificio dell'io. Solo che è disposto a morire per se stesso, può rinascere nella verità del sé.
E questa rinascita passa sempre per l'incontro con l'altro dentro di noi, psicologia e alchimia. Ecco allora perché l'anima e l'animus non sono concetti, ma figure viventi dell'interiorità. Incontrarle è uno degli eventi decisivi dell'esistenza psichica ed è anche il momento in cui l'amore cessa di essere una passione cieca per diventare una forma di conoscenza, perché conoscere l'altro comincia sempre da una cosa sola.
Riconoscere l'altro in noi stessi.
Il percorso dell'individuazione come integrazione delle polarità. Nella visione Junghiana la vita interiore non è un luogo di riposo, ma un territorio in perenne movimento. Ogni essere umano, se vuole veramente diventare se stesso, è chiamato a compiere un cammino. Jung lo chiama processo di individuazione, non un'autorealizzazione narcisistica, ma un viaggio che conduce l'io oltre i suoi confini verso la scoperta del proprio centro profondo, il sé.
Ma questo viaggio non è lineare, non si tratta di costruire qualcosa, quanto piuttosto di disfare, disarmare, decostruire tutto ciò che dentro di noi si è irrigidito in maschere, paure, meccanismi di difesa. Jung lo dice con parole nette: Individuarsi significa diventare un essere singolo, cioè distinguersi dagli altri e divenire un tutto indivisibile, implica diventare il proprio sé. (cit Tipi psicologici 1921)
Il primo passo in questo percorso è spesso doloroso, è la discesa nell'ombra, cioè in quella parte di noi che abbiamo escluso, rimosso, proiettato all'esterno. L'ombra contiene tutto ciò che l'io non vuole vedere: collera, fragilità, desiderio, vergogna, ma anche talenti dimenticati, intuizioni, sensibilità mai espresse.
Non si può giungere alla totalità. senza attraversare questa zona d'ombra. Jung scrive: "Chi guarda fuori sogna, chi guarda dentro si sveglia, ma guardare dentro significa incontrare l'ombra". L'uomo che si confronta con la propria ombra si confronta con il male in sé stesso. ( cit.Psicologia alchimia, 1944)
Solo dopo aver incontrato e integrato l'ombra, senza giudicarla, ma riconoscendola come parte di sé, l'individuo è pronto ad un passaggio ulteriore, l'incontro con l'archetipo sessuale complementare. È qui che entrano in scena ancora una volta anima e animus, non più come figure proiettate all'esterno, ma come interlocutori interiori.
Essi diventano guide, mediatori, soglie. Jung paragona questa fase ad una discesa nel mondo mitico, dove l'eroe deve affrontare la prova decisiva. L'anima appare come la musa che ispira e guida l'uomo verso l'interiorità. L'animus come la voce interiore che stimola la donna a cercare la verità al di là dell'approvazione esterna.
Entrambi chiedono un atto di riconoscimento profondo, un lasciarsi trasformare. L'anima è una specie di psicopompo, una guida dell'anima, un mediatore con l'inconscio. L'incontro con l'anima è il primo passo verso il sé che rappresenta la totalità psichica dell'individuo. Ion 1951. L'animus non è solo la forza del pensiero maschile nella donna, ma può diventare una guida interiore verso il logos superiore, una parola spirituale capace di connettere la coscienza con il luminoso. (cit. La dinamica dell'inconscio 1934).
L'incontro con questi archetipi non è mai neutro, è uno scontro, è una danza. L'io non li controlla, deve imparare ad ascoltarli, a dialogare con loro, ad accettarne la forza. simbolica. Solo così il maschile e il femminile interiori, troppo a lungo vissuti come nemici, come dominatori, come assenze, possono riconciliarsi in una nuova alleanza, non una fusione indistinta, ma una tensione creativa.
Questo momento nella psicologia junghiana è spesso raffigurato attraverso simboli alchemici. il matrimonio mistico tra il re e la regina, la coincidentia oppositorum, l'unione degli opposti. L'individuo che attraversa questo passaggio sente che qualcosa si unifica dentro di lui. L'azione non è più contro l'intuizione, la logica non esclude l'emozione, la fermezza non reprime la dolcezza, si apre un equilibrio sottile in cui i contrari coesistono senza annullarsi.
Jung torna spesso su questo tema con immagini poetiche. potenti. La totalità psichica non è un'armonia piatta, ma una unità tensionale degli opposti. Il sé è la coincidentia oppositorum, la loro misteriosa e dinamica coesistenza.( cit My misterium conis1955).
Non si tratta di diventare neutrali, ma di imparare a contenere l'altro dentro di sé.
In un uomo accogliere l'anima significa dare spazio all'emozione, alla fragilità, alla percezione sottile. In una donna integrare l'animus significa riconoscere la propria autorità interiore, la forza del pensiero autonomo. Questo non snatura, ma rende completi. Al la meta del processo di individuazione non è un io potenziato, ma un centro psichico più profondo che abbraccia conscio e inconscio, maschile e femminile, luce e ombra. E' il punto in cui tutte le tensioni si ricompongono in una forma viva, aperta, creativa. Jung lo paragona al mandala, simbolo orientale dell'interezza e dell'ordine cosmico. Il sé è il centro regolatore della psiche, è l'archetipo dell'ordine, dell'equilibrio, dell'unità. Ogni vita autentica tende verso di esso, anche senza saperlo. (cit Struttura e dinamica della psiche 1928).
E così, passo dopo passo, crisi dopo crisi, l'individuo si fa intero e intero non significa perfetto, ma capace di contenere le polarità della propria interiorità senza autodistruggersi. In questo senso l'equilibrio tra maschile e femminile non è un traguardo esterno, ma un atto spirituale, un modo di abitare se stessi con verità, con grazia e con forza.
L'ombra degli archetipi, quando anima e animus diventano demoni interiori. Quando Jung parla di maschile, femminile e interiori, non li rappresenta mai come essenze pure, luminose, armoniche fin dall'inizio. Ogni archetipo, infatti, possiede anche un lato ombra, un volto scuro che si manifesta proprio quando viene rifiutato, represso o frainteso.
L'anima e l'animus non sono soltanto guide interiori, angeli dell'integrazione. Possono diventare, se non riconosciuti o se rimossi nell'inconscio, demoni della psiche, ostacoli travestiti da illusioni, figure che confondono, seducono, manipolano", scrive Jung in una delle sue opere più intense.
"L'anima può diventare una sirena che incanta e paralizza, oppure una strega vendicativa e disgregatrice." L'animus può trasformarsi in un logorroico predicatore, un razionalista freddo, un giudice interiore inesorabile. Quando il maschile dentro la donna prende la forma ombra dell'animus negativo, ecco che la mente si affolla di opinioni rigide, giudizi assoluti, discorsi astratti che diventano leggi interiori.
La donna rischia di sentirsi imprigionata in un pensiero che non è più vitale, ma ossessivo, dogmatico. L'Animus ombra è colui che parla sempre e non ascolta mai. Quando invece l'uomo a rifiutare il proprio femminile interiore, l'anima si manifesta sotto forma di sentimentalismo narcisista, di passività disorientata, oppure di un erotismo illusorio che lo fa innamorare non di una donna reale, ma di un'immagine ideale proiettata.
L'anima ombra è colei che seduce per dissolvere. Questo lato oscuro è tanto più potente quanto meno è riconosciuto, perché ciò che non viene integrato ritorna sotto forma di destino. Come un'ombra ci segue ovunque. Per Jung non si può accedere alla totalità senza passare attraverso la ferita, l'inciampo, l'inganno.
L'incontro con l'ombra, anche quella degli archetipi, è necessario alla trasformazione interiore. Chi guarda fuori sogna, chi guarda dentro si sveglia, scriveva ancora Jung. Ma prima di svegliarsi bisogna avere il coraggio di attraversare i propri sogni, anche i propri incubi.
Queste figure ombra non vanno esorcizzate, ma trasformate solo attraverso un lungo lavoro di confronto con se stessi, con la propria storia, con le proiezioni e i fallimenti. L'anima e l'animus possono rivelare il loro volto autentico, non più inganni, maestri. Solo allora, come accade nei grandi miti iniziatici, la strega si rivela una guida e il predicatore un pensatore libero.
Ma per arrivare a questo bisogna avere attraversato il bosco interiore, dove le immagini non sono ancora luce e l'amore non è ancora coscienza.
L'equilibrio, una danza, non una fusione.
Nel cuore della psicologia Junghiana non troviamo mai il mito dell'unificazione assoluta, ma piuttosto il simbolo della coincidentia oppositorum, la congiunzione degli opposti, non annullamento dell'uno nell'altro, ma mantenimento di una tensione viva e generativa. Come scrive Jung né il segreto del fiore d'oro, l'essere umano si realizza là dove la luce incontra l'ombra e la tensione non è sciolta, ma trascesa in una forma superiore.
In questo senso anima e animus non sono destinati a fondersi in una sorta di neutro indistinto, ma a danzare come poli magnetici all'interno dell'anima. Il femminile accogliente e profondo, simbolo di intuizione e relazione con l'invisibile, il maschile penetrante ordinatore, principio di logos e discernimento. Sono linguaggi diversi dell'interiorità che si rispondono, si contraddicono, si attraggono, si sfidano.
Nel processo di individuazione questa danza è ciò che trasforma la psiche in un organismo vivente, fluido, non irrigidito, né dalla mascolinità egemone né da un femminile idealizzato o sacrale. Per Jung è compito dell'io cosciente diventare ponte tra le due energie, traghettatore che ascolta, media e raccoglie le voci che emergono dal profondo. Non è un trono, ma un crocevia.
Il compito dell'io non è dominare gli archetipi, ma lasciarsi plasmare da essi senza perdersi. L'equilibrio non è dato, è un atto continuo, come il funambolo che danza sul filo. Questo equilibrio non è statico, ma ritmico, organico, talvolta persino drammatico.
È come un respiro in cui i contrari si alternano e si arricchiscono a vicenda. Jung ci invita a immaginare la psiche come una figura androgina, non nel senso biologico, ma simbolico, un essere che ospita il femminile e il maschile senza confusioni, senza esclusioni. Così l'intuizione femminile non è contrapposta all'intelletto maschile, ma lo completa.
La creatività maschile non si oppone alla spiritualità femminile, ma la esprime nel mondo. e un invito a superare le dicotomie storiche che hanno separato le facoltà umane secondo un rigido binarismo e ad accedere ad una psiche integrale, fluida, metamorfica, come scrive Jung dei suoi passaggi più limpidi e profetici, tratto da tipi psicologici, non si tratta di diventare maschio e femmina insieme, ma di lasciar parlare nella propria anima l'interezza dell'umano, quella molteplicità di voci che la coscienza ha imparato a temere.
E allora il vero equilibrio non è il silenzio delle parti, ma il loro canto corale, una danza continua, una reciprocità dinamica che non trova mai una forma definitiva, ma evolve, si adatta, si rinnova, proprio come la vita. Conseguenze pratiche: pedagogia, educazione, relazione, spiritualità.
Se è vero, come ci insegna Jung, che anima e animus non sono solo figure interiori, ma forme viventi dell'energia psichica, allora il lavoro di integrazione non può restare confinato all'ambito privato dell'individuazione. Deve prima o poi irradiarsi nel mondo nei modi in cui educhiamo, curiamo, ascoltiamo, amiamo.
L'equilibrio delle energie maschili e femminili, lungi dall'essere un ideale astratto, si manifesta anzitutto come pedagogia interiore, imparare a riconoscere e a dialogare con la propria doppia identità. In ogni individuo, infatti, vive un nucleo di maschile e di femminile e ogni percorso educativo dovrebbe aiutarci non a scegliere da che parte stare, ma ad onorare entrambe le presenze.
Si tratta, come scrive Jung, di insegnare all'anima a pensare con il cuore e al cuore a vedere con l'intelletto. Nella relazione educativa e affettiva questo significa superare tanto la competizione tra i generi quanto la fusione simbiotica che annulla le differenze. Il modello non è né la battaglia né la confusione, ma la reciprocità dinamica.
Imparare a restare in contatto con l'alterità senza perdercisi dentro a tenere viva la distanza che permette il riconoscimento profondo. Un'etica della relazione come spazio di libertà e co-creazione. Ma come si può coltivare nella pratica questo sguardo? Jung ci offre una chiave, quella del lavoro simbolico. Anima e animus non si studiano, si incontrano e gli incontri avvengono nei sogni, nei miti, nelle fiabe, nella letteratura, ovunque la psiche collettiva depositi le sue immagini.
Educare nel senso più profondo significa allora insegnare a leggere i segni, a riconoscere, per esempio, l'irrompere dell'anima nella figura di una donna misteriosa che appare in sogno o l'irrigidirsi dell'animus nella voce interiore che giudica, argomenta, impone.
L'anima educata simbolicamente sviluppa una capacità di ascolto e discernimento che non è solo intellettuale, ma spirituale. Come scrive Jung in psicologia e alchimia, è nella contemplazione delle immagini interiori che la psiche si cura, si orienta, si trasforma. La riflessione immaginativa, lungi dall'essere evasione, diventa cura di sé e il terapeuta, come il pedagogo e il maestro, ha il compito di non dire la verità, ma di rendere visibili le immagini con cui l'anima si narra.
In questo senso il lavoro con anima e animus apre anche alla dimensione spirituale della coscienza, non una religione esterna, ma una via interiore in cui il sacro si manifesta nella riconciliazione delle polarità. Ogni volta che accogliamo un simbolo, ogni volta che lasciamo spazio all'altro che vive in noi, si compie in piccolo un atto sacro.
E forse il più grande atto educativo oggi è proprio questo, insegnare a restare nell'ascolto delle polarità, a tollerarne la tensione, a non risolvere troppo presto, a diventare, come dice Jung, vaso in cui l'invisibile prende forma.
L'androgino come simbolo del sé.
Nel cuore di molte tradizioni sapienziali la figura dell'androgino emerge come simbolo potente, enigmatico e profondamente vocativo. Jung stesso ne riconosce l'importanza, vedendo nell'androgino non una impossibile neutralità, ma un ideale di integrazione armonica, un archetipo che rappresenta la totalità del sé.
L'androgino non è semplicemente un essere a metà strada tra maschio e femmina, né una fusione indistinta che annulla le differenze. È piuttosto una danza di polarità che convivono in equilibrio dinamico, un'unità nella molteplicità, un punto di incontro sacro tra i contrari. In questa visione le energie maschili e femminili si riconciliano non per cancellarsi, ma per esprimersi in un nuovo modo più vasto, più libero.
Questa figura trova eco in molte immagini mitiche spirituali. Hermes, il messaggero alato che connette cielo e terra. Krishna, l'incarnazione che unisce l'amore e la saggezza. Cristo che in sé porta la natura divina e umana. Sofia, la sapienza che è allo stesso tempo madre e figlia del mondo. Questi simboli non sono solo miti antichi, ma archetipi vivi che parlano al profondo di ogni essere umano, invitandolo ad un cammino di riconciliazione interiore.
Jung afferma: "L'androgino è il simbolo dell'unità della psiche e la coincidentia oppositorum, la congiunzione degli opposti che rappresenta la più alta aspirazione dell'uomo." (cit Mysterium Congiunzionis 1955). Questa meta non è una semplice neutralità dove le differenze si dissolvono in un grigio indistinto, ma una integrazione che rispetta la diversità, che mantiene vive le tensioni creative senza ricadere nella separazione o nella fusione simbiotica.
La riconciliazione dei contrari in questo senso diventa un vero e proprio atto di libertà spirituale. Non siamo più schiavi delle polarità che ci dividono o ci oppongono, ma diventiamo artefici consapevoli del nostro mondo interiore, capaci di abitare la complessità senza paura, di accogliere la luce e l'ombra con uguale dignità.
Questa libertà è forse la forma più alta di amore per sé e per l'altro, perché ci libera dalle catene delle identità rigide, ci apre alla profondità del vivere, ci invita a danzare sempre nella complessità dell'essere.
Queste teorie, questa intuizione sulle polarità intersecantesi, le conoscevo fin dalla mia gioventù . Soprattutto, la curiosità speculativa e riflessiva che ho sempre avuto per le filosofie orientali non poteva non farmi edotta di Yin e Yang che, anche simbolicamente e geometricamente ( e queste cose a me piacciono assai), rappresentano quella fusione, anzi danza, tra gli opposti.
Quindi psicologicamente mi ritrovo in questa ricerca di fusione del maschile e femminile ma, personalmente, qualcosa in me è andato oltre, forse è andato storto, o forse no, non so. Il fatto che io abbia avuto l'impulso ( non irrefrenabile però) di trasformazione anche fisica e di immagine, oltre che psichica, da cosa può esser dovuto ?
Perché in me è così ?
Infatti, interpretando Jung, un uomo ovviamente deve poter fare a meno di indossare la gonna per accogliere in se la sua parte femminile. E credo che abbia pure ragione, anche se in mitologia, nella iconografia, l'androgino è anche rappresentato con la fusione dei caratteri estetici e biologici dei due sessi .
Non ho una risposta chiara.
Una spiegazione che mi sono data è che la "maschera" maschile, la "persona" maschile, in questa società occidentale è molto più rigida, pesante, ferrea, di quella femminile. Voler uscire da certi stereotipi restando dalla parte maschile è praticamente impossibile senza cadere nel senso del ridicolo, inteso quello proprio, il proprio censore. Evidentemente per me è stato così. Per qualcun altro, meno debole di me, il percorso può sicuramente esser diverso, meno complicato.
Infatti, quando la mia maschera maschile non fu più parte di una maschera comune ( la coppia stabile, felice), con un atto di forza e di coraggio, l'ho strappata indossando l'altra femminile che credo mi da molta più libertà nel cercare di essere una persona autenticamente completa.
E' come se, nel viaggio che ho intrapreso alla ricerca del mio vero se, io avessi cambiato veicolo in uno che trovo più confortevole, più capiente di relazioni, di sentimenti e di emozioni e, perché no, di una spiritualità che prima snobbavo e misconoscevo. Però ho lasciato, in un bagagliaio accessibile, anche la razionalità, l'attitudine all'azione, l'assertività dialogica, e quelle caratteristiche che, più o meno giustamente, si attribuiscono all'essere maschile.
Queste mie sono speculazioni a posteriori, a cose fatte, a vita in parte già vissuta. Valgono solo per me e quindi non ci si può costruire sopra nessuna teoria.
Oggi, mentre mangiavo, ho ascoltato un video ( poche immagini, molte parole), ed ho riconosciuto in quella spiegazione come ho amato, e come ho inteso e intendo io l'amore. Io avevo un modello mentale di Cristina, ne simulavo - ne simulo ancora - i pensieri e il suo modo di essere.
Per questo ho gioito con Lei, l'ho affiancata nella sua crescita e nella lotta alle sue paure, e di Lei poi ho potuto capire che, nell'accettazione del mio modo di essere che Le avevo rivelato, non poteva andare oltre. Mi seppi perciò fermare perché il mio amore era come quello spiegato in quel video, non pura passione, ma nasceva da una elaborazione cognitiva, consapevole, della rappresentazione di Lei.
E poi ho sofferto con Lei, tanto quanto Lei, e ho sentito in me l'angoscia, la rabbia, la profondissima tristezza : ero in Lei e bruciavo dentro. Una volta dissi, non mi ricordo a chi, che se avessi potuto prendermi il suo male e levarglielo l'avrei fatto senza esitazione.
E sono sicura che Lei non me lo avrebbe dato.
Tutto no. Ma metà sì, perché avevamo sempre diviso tutto e, anche nel dolore e nella malattia, non solo nella gioia, avremmo dovuto fare così.
Oggi, 18 agosto 2025, tra otto giorni sono due anni che Lei non c'è più.
Per me sono stati due anni complicati, di abitudini lacerate, di ricerca emotiva, di svelamento degli aspetti più profondi di me. Ne gioisco, seppur con moderazione e senza esaltarmi troppo, per la forza e il coraggio che ho messo in questo passaggio rivoluzionario della mia esistenza.
Tutto quello che ho vissuto però mi ha portato ad una visione fatalista di molti aspetti della mia vita ( e anche della società ) e sono arrivata alla conclusione che poco posso fare, in concreto.
Per me il senso della vita è ormai "fare accadere" le cose che già "devono accadere".
Sono abbastanza convinta che è il futuro che mi trascina, e con me tutto il resto.
Un'azione libera quando è posta sull'impulso dell'intuizione, quando si realizza grazie ad un pensiero prodotto dal soggetto stesso e riconosciuto come moralmente valido. In questa prospettiva ogni essere umano è chiamato a diventare il legislatore interiore di sé stesso come rinnovata versione, ma radicalmente interiorizzata, dell'imperativo categorico Kantiano (cioè agire secondo un'etica basata sul dovere e sulla ragione).
Non si tratta di conformarsi ad una legge morale universalmente già data, ma di intuirla creativamente nell'atto stesso del pensiero vivente. L'individuo non si limita a scegliere tra opzioni date, ma genera le proprie motivazioni a partire da un'attività interiore di pensiero libero. È questa per lui la vera libertà. Infatti l'uomo è libero nella misura in cui è capace di obbedire a se stesso, cioè di seguire nella propria azione soltanto se stesso.
In questo quadro anche l'amore non è riducibile ad impulso cieco o sentimento irrazionale, ma nasce dalla rappresentazione pensante dell'altro. Il sentimento, anche quello più profondo, ha un'origine cognitiva.
La via del cuore passa attraverso la testa, non fa eccezione neppure l'amore. Quando non è semplice manifestazione dell'impulso sessuale, l'amore si basa sulle rappresentazioni che ci facciamo dell'essere amato. E quanto più idealistiche sono le rappresentazioni, tanto più beatificante è l'amore.
In queste righe dense e profondamente controintuitive, si rovescia un'idea culturalmente a sé diffusa, quella secondo cui l'amore sarebbe un fenomeno cieco, irrazionale, passionale, dunque anteriore e indipendente dal pensiero.
Abbiamo elaborato dentro di noi un'immagine viva di ciò che è solo o ci affidiamo ad emozioni passeggere. Siamo capaci di amare non perché sentiamo qualcosa, ma perché abbiamo imparato a vedere ciò che altri non vedono. E infine, cosa può diventare l'amore quando è sostenuto dal pensiero e guidato dall'intuizione morale? Sono domande scomode, certo, ma è proprio da queste domande che può nascere una nuova educazione del cuore, un amore consapevole, libero, generativo. ---------------------------------------------------------------
Mi sveglio, sudata, alle 4 di notte, con un pensiero lampeggiante, infuocato.
IL GELATO !
Ho dimenticato di offrire il gelato ! Avevo comprato le coppette di vetro, l'aggeggio crea-palle, e due vaschette grandi di gelato, quello buono, erano in freezer.
E me lo sono scordato. Enorme frustrazione.
Dopo qualche istante di riflessione notturna decido di non suicidarmi subito. Vedrò poi.
L'antefatto
Nei giorni prima di Ferragosto mi ero sentita più volte con Luisa, per ragioni inerenti la scrittura e la revisione del programma regionale di DSP. Nel parlare del più e del meno, del per e del diviso, come si confà ad una che fa l'ingegnere, le dico che ho raccolto i fichi del mio albero dopo tre anni che non maturavano più. Ora, con rami secchi, corteccia accartocciata, si è rimesso a fare i fichi con i quali negli anni scorsi riempivamo cestini. Mi dice che ne va pazza e vorrebbe assaggiarli.
Le offro di venire a prenderli, che io in questi giorni non mi muoverò da casa. Magari vieni con gli altri e così visitate il casino di casa mia, conoscete il mio cane e passiamo una serata.
E così è stato. Luisa, Antonio, Leonardo e Marilena, i quattro che, in una lontana serata di luglio del 2024, incontrai dopo la mia rivelazione a Luisa sono venuti a casa mia questa vigilia di Ferragosto 2025. (nel P.S. Il link al racconto di quell'evento).
Avevo un bel po' di preoccupazioni.
1) casa mia è poco meno che un cantiere, sia fuori nel terreno circostante, e - ancora peggio - dentro. Quando ci trasferimmo ( inizio pandemia, e fu una fuga ) iniziammo i lavori di ristrutturazione ma, con la malattia di Lei, quel film ebbe un fermo fotogramma ed io praticamente vivo in quella immagine bloccata. Solo da poco, con fatica soprattutto psicologica, ho ripreso quelli che io chiamo " i compiti a casa ", il dovere in memoria di andare avanti, di finire quello che è stato cominciato.
2) non sono abituata né attrezzata ad avere ospiti. Fino a non molto tempo fa, in questa casa, avevo solo tre forchette e tre cucchiaini, per dire. Le altre posate e tutto il resto stanno nell'altra casa di Gravina, quella che abbandonammo nella fuga, che è disabitata e che dovrò vendere, prima o poi. Qualcosa l'ho integrata, in questi mesi, ma sono sempre lontanissima da avere servizi da 24, come conviene alle vere padrone di casa, di quelle regine, che conosciamo bene.
3) Ho un cane che conosce solo me e i miei parenti. Non so come potrà prendere l'incontro con estranei. Lui è abbastanza possessivo delle sue zona di dominio ( tutta la casa dentro e fuori, perché non ha limiti) però è un cucciolone amante delle coccole e dei bocconcini gustosi, quindi ho speranze.
4) Sarò vestita da casa. La Marialisa perfettina, che ama curare un'immagine decente e abbastanza femminile, non sarà. O meglio sarà quello che sarà, senza finzioni e complicazioni. Soprattutto indosserò i miei capelli naturali, ormai cresciuti abbastanza, e che governo con un cerchietto. Non penso che, vedendomi, avranno reazioni di disgusto, almeno spero. Eccomi.
5) Io non so cucinare, se non per me ed il mio cane. Se io fossi una vera padrona di casa dovrei saper cucinare, invece mi manca l'esperienza, non ho l'attrezzatura di cucina adeguata, e perciò non posso improvvisare alcunché : la malacumparsa sarebbe epica. Quindi compreremo delle pizze, fortunatamente non troppo lontano da casa.
Il fatto
Arrivano tardi, che per strada c'era traffico, oppure hanno preso il tragitto peggiore, fatto sta che arrivano dopo le 21, col buio.
Il mio cane, all'inizio abbaia perplesso, poi io, trattenendolo con il guinzaglio, lo faccio avvicinare e lui comincia ad odorarli. Ogni tanto riabbaia e io allora mi abbasso lo abbraccio e lo tranquillizzo e lui pare capire che può fidarsi di questi nuovi umani, ignoti alle sue mappe mnemoniche.
Avevo già sistemato la tavola fuori, sotto il gazebo, con i piatti, i bicchieri e le posate. Non ho ancora calici per il vino e dovrò presto colmare questa grave lacuna di non raffinatezza (conosco e amo chi, giustamente, ci tiene)
Ordiniamo le pizze verso le dieci, prendo la borsa e scendo in pizzeria a prenderle con Antonio.
ERRORE !!! - Non ho messo subito le varie bevande a tavola, per tenerle fresche. Me ne sono andata per mezz'ora circa e chi è rimasto non ha potuto bere niente.
Inciso -
Questo non è stato solo un giorno qualsiasi, pur allietato dai miei ospiti. Alle dieci di sera del 14 agosto 2025, per la prima volta, Marialisa è uscita fuori casa, con i suoi capelli naturali, senza un filo di trucco, in versione BASIC, che più basic non si può. Mentre aspettavo che facessero le pizze, appollaiata con le gambe strette su uno sgabello, guardavo gli astanti, uomini tutti, e loro non mi degnavano di uno sguardo : ero assolutamente non appariscente e praticamente insignificante, come può esserlo una signora che esce da casa sua, in fretta e furia, a ritirare le pizze per i suoi ospiti. Galantemente mi offrono pure di portare le pizze in macchina, ma declino, già contenta di questa emblematica gentilezza. Per me è stato un momento da ricordare e perciò ho aggiunto questo inciso.
Fine dell'inciso
Quando torno, con i cartoni, li trovo boccheggianti e corro a prendere birra fresca e vino.
E il cane ? Mentre ero in pizzeria l'ho legato alla catena e non so che cosa abbia fatto, ma non potevo fare altrimenti. Appena ci sediamo, lo lego con il suo guinzaglio alla mia sedia e lui, che sentiva l'odore del cibo, comincia ad avere quella eccitazione canina, tipica della vicinanza al mangiare. Gli do un pezzettino di pizza che avevo comprato anche per lui e gradisce. Anche gli altri gli danno pezzettini o parti del condimento di prosciutto. Insomma lui prende confidenza ( cioè si fida ) e alla fine della cena lo libero dal guinzaglio. Gira tra di noi, si prende altri bocconi e qualche carezza, lecca tutto e tutti, insomma Half ha fatto nuove amicizie.
E sono contenta.
L'epilogo
Sarà perché ho bevuto troppo lambrusco, sarà perché sono proprio una frana di padrona di casa, non offro né un liquorino (avevo dello zibibbo), né (gravissimo !!!) il gelato che avevo preparato con tutto il servizio, proprio con piacere.
Non solo, nel parlare, nel congedarci, dimentico di dare a Luisa ( ma anche lei, 'ntronata che era venuta apposta, se li scorda) i fichi.
E vabbè, sarà occasione di tornare e potrò farmi perdonare offrendo in quella occasione il gelato (che Antonio suo gradisce tanto tanto). Scusatemi, non lo dimenticherò mai più.
Come tutti sappiamo, le malecumparse servono a questo: puro apprendimento. Nella mia vita non mi sono mai tirata indietro per paura ed ho imparato tante cose così.
Ho passato oltre un anno di transizione, un anno che ho adottato nuovi abiti, nuove abitudini, soprattutto nuove interazioni sociali e familiari senza molti traumi anzi, per la precisione, senza nessun trauma.
E il disincanto ? La magia di una nuova vita è già svanita ? Tutto è tornato normale, una routine noiosa senza tante novità ?
Non ho più le forti emozioni del primo periodo ma non riesco a chiamare disincanto questa raggiunta calma e anche serenità di aver fatto la cosa giusta. Se mi faccio la domanda "perchè ?", e me la faccio abbastanza spesso, mi do una risposta senza tentennamenti : io sto meglio così, io mi voglio bene così, e questo è più che sufficiente per recuperare l'incanto e non sentire il dis-incanto. E' come se avessi scoperto metaforicamente una dieta che mi far star bene, che non mi ingrassa, che mi tiene leggera e che, ogni volta che mangio, è un piacere farlo per gli odori e i sapori che percepisco (qualcosa di simile la scrissi già in questo post )
Comunque mi posi il problema del disincanto anni ed anni fa e ciò fu oggetto di una breve discussione in famiglia e tra miei simili che trovate in questo vecchio Thread del 2003
Sono sei, e solo sei, i metodi di condizionamento del comportamento umano. In ogni messaggio pubblicitario possiamo riscontrarli, uno o più di uno. Sono questi : --------------- RECIPROCITA' : ti convinci più facilmente se ti regalano qualcosa. Un campioncino, un fiore, uno sconticino. Do ut des SIMPATIA : è il perché dei "testimonial" cioè di personaggi noti che ti fanno lo spot su detersivo, o su qualsiasi altro prodotto. RIPROVA SOCIALE : la gente ama fare quello che fanno gli altri. AUTORITA' : Tendiamo ad obbedire alle autorità così percepite. E loro se ne approfittano, come è successo durante la pandemia. SCARSITA' : L'offerta sta per scadere; I posti dello spettacolo sono quasi esauriti e via scarseggiando. COERENZA : Se accetti poi l'impegno lo rispetti. ------------- Questi metodi io li acquisii leggendo decenni fa un libro intitolato "Le armi della persuasione" di Robert Cialdini, che mi aprì gli occhi riguardo a questi condizionamenti psicologici. Da allora li riconosco immediatamente e così l'inganno sottostante svanisce. Diedi a leggere quel libro, oltre vent'anni fa, anche alla mia Cristina, con lo spirito che all'epoca perseguivo di una crescita intellettuale comune.
C'è un raccontino a riguardo, anche divertente, che scrissi 22 anni fa. Chi vuole leggerselo lo trova qui :
Oggi mi è capitato di usare la parola "archetipo". L'ho fatto secondo il significato che conosco di questa parola, che è non proprio aderente al significato da vocabolario psicologico. Io uso questa parola come sinonimo di "maschera". Quindi come sovrastruttura psicologica che cela dietro di se una qualche altra natura, un altro IO che ha una sua ragione di ESSERE, e non solo di ESISTERE ed APPARIRE. Nel mio peregrinare nel labirinto delle declinazioni della mia identità, ad un certo livello della mia evoluzione psicologica, ho avuto chiaro che la mia "maschera" era appunto tale e che potevo riconoscerla e perciò neutralizzarla come e quando volevo, compatibilmente con il bisogno altrui (c'è anche questo) di continuarla a vedere così come era sempre stata. Questa maschera che indossiamo tutti ( si, si, anche tu che leggi...) è fatta di parti, di zone, di strati, che sono associati al nostro ruolo sociale e professionale. Si è ( o meglio si crede di essere ) : maschi, femmine, ingegneri, mogliettine, maritini, mammine, paparini, avvocati difensori, magistrati accusatori, giudici imparziali, filantropi, modelle, salvatori della patria, ecc. ecc. Ognuna di queste descrizioni verbali ha una definizione precisa che ne caratterizza i comportamenti tipici, l'immagine mantenuta, e la risposta sociale ed individuale ad ogni domanda. Non è facile vedere la propria maschera ( e le sue numerose sfaccettature, anche contraddittorie a volte) perché essa si fonde spesso e profondamente con il proprio IO ( l'altro, quello che sta dentro, in verità altrove). C'è gente che si sente INGEGNERE fino al midollo spinale, ed i suoi comportamenti ed atteggiamenti, dettati da una rigida razionalità, ne caratterizzano, appunto, l'archetipo. Ma non posso, in questo mio ameno diario, non parlare dell'archetipo di fondo, quella maschera che indossiamo nell'infanzia che, anche in modo esagerato, ci DEVE caratterizzare secondo il sesso che la biologia ci ha assegnato alla nascita. Io ho strappato questa maschera in tarda età (per indossarne un'altra, è così), tuttavia sono stata consapevole della sua esistenza per decenni ( anche con disagio, ma non con sofferenza). Perciò mi sento molto consapevole della esistenza degli altri strati delle maschere che indossiamo, ognuno dei quali caratterizza un tratto della nostra personalità. La maschera nel complesso, è la "persona", dal latino Persōna, Persōnam, ovvero la maschera che gli attori solevano indossare durante le rappresentazioni sceniche .
E quindi si arriva all'archetipo secondo JUNG, almeno così ho capito. Secondo lui sono 12 gli archetipi base. e sono quelli in questa figura.
In senso orario :
INNOCENTE : è un ottimista con un’incrollabile fiducia nel mondo, la parte di noi un po' infantile che si aspetta dagli altri sempre comportamenti puri e genuini. SAGGIO : è un pensatore libero che cerca di capire il mondo e il suo significato usando la sua intelligenza e le sue capacità analitiche. ESPLORATORE : Questo archetipo incarna nella nostra personalità quella parte di noi che ama la libertà, quella parte di noi mossa dalla curiosità che è costantemente rivolta a scoprire qualcosa di nuovo. RIBELLE: Il ribelle è quella parte della nostra personalità che è distruttiva, che ama sconvolgere, ribaltare trasformare lo status quo verso il quale nutre un profondo rancore. MAGO: rappresenta la parte religiosa e visionaria della nostra personalità, quella che ama dare un senso più profondo al mondo. EROE: è la parte coraggiosa della nostra personalità, quella che ama dimostrare il suo valore, il suo coraggio e combattere per difendere ciò che gli è caro. AMANTE: è molto sensibile, si prodiga per gli altri, la sua grande felicità è quella di sentirsi chiaramente amato. BURLONE: Gli piace ridere, anche di se stesso. Tende subito a rompere le barriere con gli altri, non si prende mai troppo sul serio, perché il suo obiettivo è quello di godersi la vita. UOMO COMUNE: Il suo desiderio principale è quello di connettersi con gli altri ad un livello più profondo, il suo obiettivo è quello di appartenere a qualcosa di più grande. La sua più grande paura è quella di essere escluso o di essere diverso rispetto alla massa, la sua strategia è quella di avere i piedi ben ancorati a terra, anche troppo. ANGELO CUSTODE: è la parte altruistica della nostra personalità, quella che ama dare affetto e protezione agli altri. SOVRANO: Il sovrano è un leader nato, crede di essere capace di mettere ordine in qualunque situazione. Il sovrano punta all’eccellenza e vuole che tutti lo seguano, ma nel suo desiderio di imporre la propria volontà sugli altri, può facilmente diventare un tiranno. CREATORE: Il creatore ha un profondo desiderio di trasformare le cose per renderle nuove, più belle e diverse.
Senza prender le classificazioni troppo sul serio, perché intrinsecamente imperfette, mi sono interrogata ed ho piazzato un punto interno al grafico per ogni archetipo, disegnando una figura che mi assegna, prevalentemente, nei quadranti della LIBERTA'e INDIPENDENZA e SFIDA e CAMBIAMENTO.
Più o meno ci indovina, almeno per come mi vedo io. Altri potrebbero non essere d'accordo.