Una rimpatriata scolastica.

Ieri, mentre pranzavo, ho ricevuto una telefonata. Era Saro, un mio vecchio compagno di classe delle superiori con il quale ci siamo a volte sentiti per caso, o per lavoro. Mi comunica che Tino, un altro mio compagno di classe, è mancato, stroncato dal tumore che sapevamo lo affliggeva. Il funerale sarebbe stato oggi in una chiesa di Ficarazzi, il paesino dove abitava. Appena riattacco mi chiama Lino, altro mio compagno della stessa classe, per darmi la stessa notizia, e perciò decidiamo di andare insieme.

La mia nuova immagine è nota solo a Lino, anche se lui mi ha raccontato che gli era capitato di aver detto della mia trasformazione proprio a Tino - che non c'è più - ed ad un altro nostro compagno, Giacomo. In pratica quasi tutti i miei vecchi compagni che avessero assistito al funerale avrebbero avuto una qualche sorpresa nel NON riconoscermi.

Io non ho nessun timore di andare nei miei nuovi abiti : sono sicura di me, quasi fiera del risultato del mio cambiamento. Mi vesto così, un po' sportiva, senza esagerare.


Quando arriviamo la funzione è appena iniziata, la chiesa è abbastanza piena e ci sediamo in un banco dietro, dove c'era ancora posto. Dopo un po' si unisce a me ed a Lino, dal suo lato, Giacomo che  sa già di me ma ora, finalmente, mi può vedere. Lui è un conservatore ( faceva il fascista negli anni 70 ) ma è un laico, e infatti manco segue la messa. Mi lancia una prima occhiata senza proferir parola e poi si mette a parlottare con Lino. 

Dopo che il prete ha sparso l'incenso e la messa si è chiusa, "andando in pace",  ci avviciniamo al feretro per un contatto, un ultimo saluto denso di  ricordi.
I miei compagni sono proprio lì, chi seduto, chi in piedi. Giacomo, appena prima, da lontano, li aveva apostrofati, con il suo tono sferzante, senza peli sulla lingua (non è cambiato) : " Eccoli la, questi vecchi distrutti " e poi, rivolgendosi a me, " Tu invece stai benissimo, così."

Sono passati quasi 50 anni da quando ci siamo diplomati nel 1976 e tutti portiamo i segni della vita, delle malattie, delle vicissitudini che abbiamo sofferto. Anch'io, ma... 

Mi avvicino e, prima uno, poi l'altro, hanno tutti un attimo di stupore e poi, dai miei lineamenti, riconoscono chi sono, o meglio chi ero. Sono felici di ritrovarmi, e il loro stupore è principalmente relativo alla qualità della mia immagine che è visibilmente migliore rispetto al loro  portamento di persone anziane, appesantite dal vissuto.
Poi mi avvicino a Marco. Fu il mio compagno di banco e quindi per anni siamo stati fianco a fianco. E seduto nel banco, ha una stampella con se e non può alzarsi facilmente. Gli chiedo : "Ti ricordi di me ?" e va nel pallone, non si ricorda. Proseguo : " Il tuo compagno di banco, chi era ? Chi ti dava i colpi di penna sulle dita ?"  (lui aveva le dita spesso gonfie e soffriva di geloni e io- con crudeltà giovanile- infierivo) . Gli altri aiutano i suoi ricordi e, finalmente, si illumina nel ri-conoscermi e si alza con un po' con sforzo. Lo abbraccio.
Non ho molto da spiegare, e nessuno chiede un vero perché. Tutti affermano che, se sto bene così, è  giusto fare quello che ho fatto. Non posso che concordare e aggiungo qualche spiegazione generica, oltre che filosofica, sul perenne cambiamento di tutto e di tutti. Mi chiedono del mio nuovo nome. Proveranno a chiamarmi così da ora in poi, ma sarò indulgente sulle loro distrazioni perché mi conoscono da una vita. 

Saro, che nel riconoscermi ha manifestato un divertito stupore, forse coglie bene la forza della mia scelta e mi dice chiaramente " ti invidio un po' " forse per manifestare una qualche ammirazione estetica (lui ha qualche mese meno di me, ma appare essere un vecchio sfatto).
Ma la cosa che mi ha fatto più piacere è stata un'altra. Marco, citando la sua sofferenza, in chiesa aveva fatto un breve cenno ad un suo - secondo me, tanto per dire -  desiderio eutanasico " Io sarò il prossimo e penso di andare in Svizzera... ". 
Poi fuori, sul sagrato prima di lasciarci, mi dice rincuorato" Sai che mi hai fatto pensare che c'è sempre una qualche possibilità di fare qualcosa per se ". E quindi si allontana, con la sua stampella, sostenuto da un'altra persona. Essere percepita come esempio "concettuale" di rielaborazione esistenziale mi ha fatto piacere.

Nonostante il tipo di evento che ci ha riuniti, questa rimpatriata non è stata più triste del necessario. Anzi, forse per merito della mia presenza, qualche nota d'allegria c'è pur stata. 
Cristina, la mia cara amica estetista, quando ha saputo di questo incontro mi aveva saggiamente preannunciato : "Ci sono matrimoni dove si piange e funerali dove si ride" ed ha avuto ragione.

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P.S. Tino era il compagno che organizzava le rimpatriate. Senza volere anche stavolta c'è riuscito alla grande.



Fatti non parole

Oggi sono andata ad una riunione in un'azienda, mia cliente. Sono quelli a cui avevo annunciato che avevo intenzione di cambiare genere sessuale, tempo fa (sotto c'e il link ).

Ci sono andata così, senza gonne e con i miei capelli, anche perché ho usato lo scooter per andarci.


La riunione è avvenuta nella stanza di un dirigente e, a giro, sono entrati, tutti quelli che conosco per  un saluto. Io non ho proprio sollevato il quid della mia immagine ( è così, e basta, non è che devo spiegare per forza...) e  nessuno ha chiesto, nessuno ha opinato. Non è neanche capitata la problematica del femminile o del maschile nell'indicarmi perché essendo io per loro l'ingegnere,  l'apostrofo di fatto elide l'indicazione del genere.

In inglese questi eventi vengono chiamati "coming out" cioè "venir fuori". Questo accadimento può non essere un problema per chi "esce" ma può diventarlo per chi "riceve".
Se, come capita, non c'è nessuna spiegazione, non se ne parla, non si accenna nemmeno scherzosamente al fatto, il ricevente inquadrerà la novità secondo i suoi pregiudizi.  Tutto deriva dal fatto che la mia transizione è definita "sessuale" (*). E, quando si tocca questo argomento, emergono interiormente pregiudizi, visioni personali, storie viste o anche vissute nel bene o nel male, che nessun dialogo o spiegazione riesce a scalfire. 
Perciò, anche parlandone, un sottofondo di pregiudizio resta purtroppo sempre, anche in modo inconsapevole. 

E' quel fenomeno per cui scappa il LUI, indicandomi colloquialmente, anche se ci si frequenta da tempo, io con la mia nuova immagine. 

Questo è il motivo per cui gli adepti LGBT....  vorrebbero punire ( multe ? risarcimenti ?) chi sbaglia il pronome nel rivolgersi a chi si autodefinisce qualcos'altro rispetto al percepito. L'assurdità è che vorrebbero condizionare con una punizione un comportamento che potrebbe essere, più o meno giustamente, inconsapevole e non fatto con malizia ( però può capitare anche questo ).

Che mi diano del LUI purtroppo mi capita, ma solo con chi conosce la mia natura perché gliel'ho rivelata o perché mi conosce da sempre. Gli altri, le cassiere del super, il nuovo meccanico, il carrozziere, ecc. vedono e colloquiano con una signora - un po' altina ok - ma, complessivamente, femminile tanto quanto (o di più) donne originali XX. Per costoro io sono senza dubbio una LEI.

Non posso entrare nella mente altrui e quindi se capita il LUI  lo incasso senza traumi. Chi lo pronuncia si difende dicendo che ha fatto un errore, che è stata una distrazione. Di fatto è la confessione del "vero" modo con il quale mi ha sempre visto. La cosa triste, per me, è che non posso dargli torto e, perciò, non è un problema che posso risolvere se voglio ancora frequentare questa persona. 

Purtroppo può anche capitare che chi lo dice non sia solo in mia compagnia, ma insieme ad altri, gente che non mi conosce. In questo caso, l'evento è per me abbastanza imbarazzante. Si tratta di quello che io definii "rottura del secondo specchio" (quello della interazione con gli altri), e i suoi frammenti sono piuttosto taglienti, ahimè.

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(*) In verità io preferisco definirla transizione del mio "modo di essere" anzi, meglio, del mio "modo di esistere", da maschile  a femminile, nella fattispecie. Levando la parola sesso fin dalla definizione questo cambiamento diventa percepibile come più naturale, come dimagrire, o cambiare acconciatura.

PS. L'avevo detto a questi amici/clienti : qui il racconto



L'anoressia politica

Non sarebbe questo il luogo per una disamina politica, ma non voglio pesare con le mie elucubrazioni su dei social che malamente frequento, a volte senza considerazione alcuna. Mi parlo addosso perciò, che fa comunque bene, per chiarirmi le idee.

Su Twitter (ora X, ma chiamarlo così non mi viene) Marcello Foa ha scritto quanto segue, dopo le lezioni regionali nelle Marche , nelle quali DSP, il mio partito, ha preso un modestissimo 0.7% :

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È accaduto in Liguria, e si è ripetuto nelle Marche : la partecipazione è scesa al 50%, in calo di 10 punti. Ora il centrodestra festeggia la vittoria e il centrosinistra piange la sconfitta, ma il dato più significativo e preoccupante è la continua, crescente disaffezione degli elettori nei confronti della politica e delle istituzioni.

E più i politici scanseranno questo argomento (che richiederebbe una vera, ampia approfondita riflessione pubblica), più la questione si farà drammatica.

Non basta più vincere o perdere , bisogna che i cittadini tornino ad avere fiducia nella democrazia, perché - questo è il punto - vogliono una vera democrazia e non il suo simulacro. Vogliamo o no tornare ad essere padroni del nostro destino?

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Belle parole. Tanto belle, quanto inutili.

I commenti ( ben 457, e sono tanti) hanno avuto quasi tutti lo stesso tenore e messaggio. Riporto qui uno dei più articolati e completi ma che sintetizza il pensiero di quasi tutti gli altri commentatori.

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Supergirl
@magicaGrmente22

La vita politica ha finito di esistere nel momento in cui i politici hanno scelto di rinunciare alla sovranità, monetaria inclusa. Il politico lavora su commissione per poteri sovranazionali, per governi stranieri, per pseudo filantropi.
Si occupa di sciocchezze, ma nulla può interferire nei progetti e nelle politiche che i poteri sovranazionali hanno deciso che debbano essere attuate.
Siamo una ridicola pseudo copia in miniatura degli USA in fatto di due coalizioni , ma che però sono solo avanspettacolo.
È la politica del Grande Fratello, dove non importa che tu non sappia fare niente, perché la popolarità spesso l'unica cosa che ti serve per ottenere una certa percentuale. Bruxelles decide le politiche, e noi ci troviamo spesso con ex sindaci che diventano eurodeputati,o personaggi come la Salis.
Vogliamo credere che la volontà della maggioranza dei cittadini è lasciare a queste persone le decisioni ?
E queste persone nell'interesse di chi votano a Bruxelles ? Noi della nostra vita non decidiamo niente. Questo è.
Pensare che con la stessa classe politica, con la dipendenza da Bruxelles e oltre, con il meccanismo che ci ritroviamo dove un Renzi più volte è stato l'ago della bilancia, dove la politica è troppo spesso il posto fisso eterno senza merito ma per decisione dei compari di partito.
Senza contare alcune vicende ( pensiamo all'accoglienza ).
La verità è che siamo orfani di grandi politici perché non sono più necessari. Il potere vuole un altro tipo di politico, adatto alle mansioni che deve svolgere.
Gli italiani sono tanto stanchi degli incapaci, quanto consapevoli di non avere voce in capitolo sulla propria vita e quella del paese.
Obiettivamente guardiamo il paese : che prospettive ha ?
Soprattutto se il meccanismo rimane lo stesso.
Gli attori, i mezzi, i vincoli.
Trovatemi ora una buona ragione ai cittadini per andare a votare.
Una soltanto.

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La sostanza è, quindi, che la gente non va più a votare perché questo 50% di astenuti ha capito che chiunque votasse, la politica (intesa come l'attività per il bene della polis, dei cittadini ) non cambierebbe perché chi veramente comanda sta altrove.

E' come se qualcuno, al ristorante, decidesse proprio di non ordinare e  non mangiare perché ormai sa tutte le pietanze del menù sono indigeste o quanto meno di insignificante contenuto nutritivo : acqua fresca. 

Ma è anche peggio. Non vanno proprio al ristorante (cioè non vanno al seggio) e qualunque pubblicità di pietanza, qualunque consiglio nutritivo, viene rifiutato con schifo senza mai neanche pensare di assaggiarlo ( cioè ascoltare un messaggio alternativo ). Me l'immagino, in famiglia, appena in TV appare un dibattito politico (elettorale o no, poco importa) lui o lei, sbraita subito: " Levami a questi ! Non li posso sentire !"

E allora bisogna porsi la questione : chi vuole promuovere i suoi gustosi manicaretti ( abbasso la modestia) come può convincere la gente disgustata ad andare al ristorante ed ordinare proprio quelli? 

Non voglio abbandonare la metafora culinaria ( le metafore sono l'equivalente dialettico delle formule in matematica : sintesi simbolica che, se si arriva ad una equazione, può condurre anche ad una soluzione).

Quando si partecipa alle elezioni minori si cerca di fare assaggiare la nostra pietanza ma non riesce, anche perché il menù è traboccante e non si capisce cosa ordinare. Se hai fame ti informi su cosa c'è dentro e come è cucinato e magari scegli, ma poi la percentuale di questi amanti della buona cucina è purtroppo minima ( 0.7%).

Se il menù ha pochi piatti (nelle prossime elezioni regionali in Calabria è così)  chi va al ristorante può più facilmente decidere di provare questo nuovo piatto, principalmente per scelta complementare agli altri soliti -  dissapiti e solo ben impiattati - pasta e cucuzza  o pasta con il sugo.

Restano quelli che al ristorante proprio non ci vanno. Come convincerli prima a nutrirsi e poi a nutrirsi d'altro ?

Questi anoressici della politica (almeno una parte di essi) sono persone che hanno comunque fatto un percorso, che mi piace chiamare evolutivo. Hanno attraversato o vivono periodi critici, hanno sofferto eventi divisivi, e ora sono in un limbo dove la loro consapevolezza non è ancora maturata in una ricerca di soluzione, politica, personale, sociale. Sono  disimpegnati, distaccati da una qualsiasi elaborazione utile per il proprio e altrui futuro.

C'è però una condizione che penso accumuni questa umanità : si sentono diversi,  migliori, anche più furbi. Sentono di appartenere alla frazione di umanità di "quelli che hanno capito tutto" e che quindi "tutti mandano a fare in c...". E' una condizione di estremo individualismo, una degenerazione anche antropologica, sicuramente sociale, che li allontana da qualunque discorso di partecipazione politica. Per questo gli aedi, i cantori, di qualsiasi discorso di comunione, di spirito partecipativo, anche pre-politico, secondo me hanno pochissimo successo con costoro e bisogna seguire altre strade.

Come avvicinarli ? Come trovarli ? Quale può essere un messaggio di richiamo ? Cosa bisogna dire e, soprattutto, non dire ?

A me è venuta l'idea di una raduno definito "degli apoti" cioè "di quelli che non se la bevono". Potrebbe darsi che, se si indovina il messaggio pubblicitario, si riescano a riunire una buona parte di costoro " che si sentono furbi " ( e un po' lo sono ). A questi commensali va offerta una pietanza neutra, non politica, che possa  sollecitare le loro papille gustative e confermare il loro sentimento di "essere diversi, migliori e di aver capito tutto e prima".

In questa occasione, ci deve essere un barbeque che, in un modo o nell' altro, deve emanare un odore fortissimo, e queste persone possono (non necessariamente devono) avvicinarsi per degustare o almeno leggere dal menù : gli ingredienti, il condimento, e chi sono gli chef. 

Chiudo qui con la mia metafora culinaria, che s'è fatta l'una e mezza, e devo andare a cucinare.