Il sosia di Dostoevsky e il secondo specchio

L'altro sabato, al caffe letterario, abbiamo ascoltato de "Il sosia" di Dostoevsky.

Una straordinaria metafora di quanto specchiarsi sia come ritrovare o perdere se stessi. L'identità di Goljadkin dipende costantemente dallo sguardo altrui. Se gli altri riconoscono il Sosia come il "vero" Goljadkin, l'originale smette di esistere socialmente.

Lo specchiarsi non è più un atto privato, ma un processo sociale: noi siamo ciò che il riflesso negli occhi degli altri dice che siamo. Se il riflesso ci nega, noi svaniamo.
Caspita, ho pensato, senza aver letto questo capolavoro, per me, per la mia rielaborazione esistenziale, a suo tempo avevo inventato il concetto di "secondo specchio" proprio per descrivere questa intuizione che mi riguarda profondamente.

Scrissi:

( anche in questo antico, primigenio, post di questo blog


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Esistono non uno ma DUE specchi :
-Il primo specchio è piatto, di vetro argentato, e riflette, dopo percorsi estetico chirurgici più o meno complicati, una immagine trasformata finalmente soddisfacente ai preferiti canoni di genere eletto.
-Un secondo specchio, tridimensionale, è fatto di comunicazione sociale e restituisce la sensazione che i nostri comportamenti, atteggiamenti, (oltre che l’immagine nostra vista dagli altri) vengano percepiti come femminili.
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Mi è tornata in mente anche una lettura antica. Questa :
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"Si, tu conosci pe ril mio viso, tu mi conosci come viso e non mi hai mai conosciuto diversamente. Non poteva neanche sfiorarti l'idea che io non sia il mio viso."
Paul rispose con la paziente premura del vecchio medico: "Come sarebbe, non sei il tuo viso?" Chi c'è dietro il tuo viso?
"Immagina di vivere in un mondo dove non ci sono specchi. Il tuo viso lo sogneresti e lo immagineresti come un riflesso esterno di quello che hai dentro di te. E poi, a quarant'anni, qualcuno per la prima volta in vita tua ti presenta uno specchio. immagina lo sgomento! Vedresti un viso del tutto estraneo. E sapresti con chiarezza quello che ora non riesci a comprendere: tu non sei il tuo viso"
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Milan Kundera- L'immortalità
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E, 24 anni fa, in quella mail list che conducevo, scrissi questo, senza mai aver letto Kundera.


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THREAD N.RO 20
Da: "Maryliz"
Data: Gio Giu 20, 2002 11:42 am
Oggetto: Gli specchi
A casa mia ci sono molti specchi. Troppi.
Pensavo: E se la mia immagine sparisse dagli specchi ?
Se non avessi più modo di vedermi ne allo specchio ne in foto, se potessi solo sentirmi, percepire me stessa solo come persona senza alcuna immagine, cosa cambierebbe in me ?
E poi, estendendo il paradosso: se non avessi più modo di ricevere riscontro di chi sono, di quello che so fare, se non potessi più essere qualcuno come proiezione della percezione degli altri, cosa cambierebbe in me ?
Esiste una mia essenza ? Io esisto ? O sono solo l'immagine riflessa di uno specchio e una figura umana riconosciuta dalla mente di altre persone ?
E se anche non fosse così ( come non è) non è forse questo che invece, sotto sotto, inconsapevolmente, la mia mente crede ?
Tutto ciò è equivalente ad indossare un costume e recitare una parte per una platea di spettatori ?
Transizionare è liberarsi di un ruolo per interpretarne un altro o significa veramente abbandonare le tavole del palcoscenico e tornare nel mondo reale ?
Esiste un mondo reale ? Un mondo non recitato? Le persone "non disforiche" recitano o no ?
Mia moglie, quando le ho raccontato 'sta roba, mi ha ricordato Pirandello : Uno, nessuno, centomila....
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Pensieri sull'immagine di se che, più recentemente, mi portarono a chiedere allo psicologo che mi fece la perizia per il tribunale :
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Il nostro penare è legato allo specchio ed alla immagine sbagliata che viene riflessa. E perciò mi chiedo e le chiedo: un cieco dalla nascita può soffrire di un disturbo di identità di genere ?
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Non ebbi risposta, ma lo psi aveva già capito che aveva a che fare con qualcuno un po' sui generis.