Non riesco a non filosofeggiare.
Questo mi rende antipatica - lo so - ma non posso farci niente e non mi importa molto. Scrivo qui, al solito, per fissare le mie idee in modo da ritrovarle e poi, se sarà necessario, anche cambiarle con consapevolezza evolutiva.
Ho scoperto, leggendo, qual è la differenza tra contentezza e felicità. Non avevo mai riflettuto abbastanza su questi due concetti, ai quali è legato il senso della nostra vita. Sembrano concetti simili, adiacenti mentalmente, invece sono molto diversi nel significato e tutti noi ne hanno vissuto, o ne stanno vivendo, la loro sostanza esistenziale.
La contentezza ha la radice etimologica analoga al "contenere" quindi nel definire qualcosa che ha dei limiti. Infatti si dice : "Sono contenta, si, mi accontento" delimitando il proprio sentimento di piacere di vita alle circostanze che si stanno vivendo che, complessivamente, sono accettabili, non danno sofferenza e producono appagamento stabile. In altre circostanze, e con riferimento a me stessa, io ho definito questo uno STATO PSICOLOGICO. Dove stato è proprio inteso come differente dal MOTO, che invece è l'alternativa possibile. Per esser in uno STATO, cioè fermi, ci deve esser un ancoraggio. qualcosa che informi con una morale o con il senso del dovere, questa stabilità. Ovviamente mi riferisco alla contentezza non sporadica, non a quella di un sorriso per una barzelletta. Quella é allegria.
Tanto per fare qualche esempio , si dice : Sono contento del mio lavoro; non è male. Me lo faccio piacere, mi accontento e mi serve per mantenere la mia famiglia ( senso del dovere) . Oppure : Sono contento di essermi vaccinato, perché è giusto nei confronti degli altri ( conformismo morale) .
La felicità è un concetto soggettivo. Potrebbe significare il soddisfacimento di tutti i nostri desideri e inclinazioni, ma il raggiungimento di un così ambizioso traguardo personale porterebbe, a quel punto, ad uno stallo e, quasi sicuramente, alla nascita di altri desideri o al disincanto per quelli soddisfatti. Ecco che si capisce chiaramente( almeno io lo trovo chiaro) che la felicità è un MOTO PSICOLOGICO ed è proprio alternativa alla contentezza. Una è un film, l'altra è una foto.
Ripercorrendo la mia vita, io ho riscontrato che quando, vent'anni fa, iniziai la mia transizione io mi misi in moto alla ricerca della felicità e , per un periodo non breve, riuscii a sentire questa sensazione di appagamento nella mia trasformazione fisica e psicologica, nella mia crescita e anche in quella della mia compagna ( più difficile e impegnativa per lei). Ero, eravamo, in MOTO.
Poi, come metaforicamente racconto, la velocità di questo moto ci travolse e io, invece di fermarmi ad una piazzola per lasciarla scendere e ripartire sgommando, mi fermai. Rientrai nello STATO PSICOLOGICO dell'accontentarmi per il bene mio e per l'amore della mia compagna, con il senso di maturità e di consapevolezza che, posso affermare, è una mia disposizione interiore. E passarono vent'anni.
Poi avvenne l'irreparabile ed io, sempre consapevolmente, mi sono rimessa in MOTO. Iniziai il mio viaggio alla ricerca di un nuovo equilibrio espressivo, di una nuova realtà interiore ed esteriore. So già che non potrò raggiungere mai il miraggio ideale che la mia mente costruisce, ma in questo consiste l'aspetto più piacevole, esplorativo, anche divertente, della mia nuova vita.
La felicità si può solo ricercare.
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