Mi sono sempre considerata diversa nella mia diversità. Ho sempre rifiutato lo stereotipo dell'identità di genere come ineluttabile pulsione animica :"sono una donna nel corpo di un uomo !". Considero tale affermazione una semplificazione immaginifica utile per inquadrare se stessi, e gli altri che devono assistere alla transizione, nell'ineluttabilità di un destino a cui non bisogna opporre resistenza.
Ma il sottofondo, la base della mia diversità nella diversità, sta proprio nel NON considerare l'"identità" tutta (di genere, professionale, familiare, sociale) come qualcosa di fisso, di permanente. L'ho spiegato abbastanza dettagliatamente nella conferenza di DSP che tenni assieme ad altri autorevoli relatori nel novembre del 2024
Di questa visione del mio "problema" ( lo è ?) ne ho dato numerose declinazioni. La più frequente è quella che considera il mio percorso come un viaggio nel quale affrontare le peripezie delle mutate relazioni, dell'immagine trasformata, della diversa espressività, con lo stesso piacere e curiosità che c'è nell'ammirare nuovi paesaggi, nuovi orizzonti possibili, nuove scoperte emotive .
Ho detto più volte che considero il mio NON uno "stato psicologico" ma un "moto psicologico" per niente fisso e quindi impermanente, esattamente con la stessa definizione della filosofia buddista, della quale mi sono sempre arricchita con letture e riflessioni.
Inoltre, il mio passaggio di genere, mi ha proprio lasciato una sensazione di distacco tra il "veicolo" e l'IO, chiamiamolo l'autista, estendendo la metafora.
Scrissi in queste pagine :
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Non vi confondete.
Sono IO a piangere.
Sono IO a stare bene o male
Sono IO ad amare
Sono IO a soffrire
Sono IO a gioire
Sono IO a scegliere
Sono IO a desiderare
Sono IO che ho indossato la persona che preferisco e che ho ripudiato l'altra.
Ma sono sempre IO.
Non è Marialisa. Non è Mario.
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Se volete riflettere su queste parole scoprirete che può esserci distacco tra ruolo, immagine, identità, e la nostra vera "essenza" .
Sempre in queste pagine misi in evidenza anche la differenza tra "esistere" ed "essere" e scrissi :
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Stamane, in fase ipnopompica (tra sonno e veglia, si chiama così), mi sono chiesta che differenza c'è tra "esistere" ed "essere" ? Traendo frutto dalle mie ultime letture e visioni, mi è spuntata in mente questa risposta :
Esistere ha la stessa radice di de-sistere, per-sistere, re-sistere cioè dal verbo latino "sistere" che vuol dire "fermarsi", "stare fermo" o "posizionarsi". Quindi esistere è un momento di arrivo, è realtà percepita da te e dagli altri: sei lì, sei quello.
"Essere" è altro, è molto di più, e questo non è facilmente spiegabile, lo senti dentro che l'ampiezza dell'essere va oltre il percepito.
E mi è venuta una frase che, forse, spiega :
MARIALISA, pur imperfettamente, esiste; IO sono.
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La profondità di questi ragionamenti può ancora accrescersi.
Parto da una frase che scrissi nella chat WhatsApp.
Frase che è attribuita ad OSHO, ma il cui concetto si trova declinato anche in Nietzsche, Socrate, Pirandello.
"Se sai chi sei, non sei": L'identità che ci costruiamo (il nostro nome, il lavoro, il carattere, l'ego) sia solo una maschera, un'etichetta limitante. Se credi di "sapere" chi sei basandoti su queste definizioni, sei prigioniero di un'immagine statica: ecco lo "stato psicologico" che rifiuto.
"Se non sai chi sei, sei": Suggerisce che la vera essenza dell'essere si trovi nel momento in cui abbandoniamo tutte le definizioni e le certezze. In quello stato di "non-sapere" si può esistere in totalità, senza limiti : ecco la mia definizione di "moto psicologico"
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