Testimonianza dalla rete

Mi considero "passabile" , ed esserlo alla mia veneranda età è una grande fortuna. 

Però non va a tutti/e così bene. Mi hanno raccontato di una persona che ha transizionato praticamente in modo completo. Ha vent'anni meno di me, anno più anno meno. Questa è andata all'estero e, con una serie di interventi chirurgici, ha fatto il seno, vagina e anche altro che non so.

Io non l'ho vista ma, fidandomi del giudizio altrui, appariva un disastro. Tacchi alti, minigonna, un corpo visibilmente con struttura maschile (spalle larghe e fianchi stretti, per dire), trucco vistosissimo ma che non riusciva a trasformare il suo viso in modo femminile, avendo lineamenti troppo forti. Nonostante lei dicesse che ormai era e si sentiva donna, a vista altrui non pareva affatto così.

Mi pare di aver capito, dal racconto che mi hanno fatto, che  ha detto che vorrà trovare un uomo che la ami. Ma, restando così la sua immagine, costui non sarà un normale uomo eterosessuale, penso.

Oggi su twitter (X) ho trovato questa testimonianza che mi pare interessante per descrivere come è possibile non farsi travolgere dal proprio sentire inconsapevole e quindi arrivare a risultati desiderabili per una vita serena, anche se con qualche struggimento.

Ecco questa testimonianza

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Quando avevo circa 21 anni, una donna trans anziana mi parlò del mio interesse per la transizione.

"Passerai il resto della tua vita a chiederti perché hai rinunciato a essere un uomo gay carino ma insicuro e ti sei intrappolato nel corpo di qualcuno che assomiglia un po' a una donna".

Ogni giorno ti guarderai allo specchio studiando ogni ombra, ogni accenno del tuo vecchio viso, convinta che traspaia. Cercherai di nasconderlo con il trucco, i capelli lunghi e ancora trucco. Ma lo vedrai sempre. I tuoi vestiti non ti vanno bene. Sei troppo alto, troppo magro.

Ogni persona che incontrerai, immaginerai che si stia chiedendo di te. La tua voce sembrerà sempre troppo profonda, troppo forte, troppo pesante. Ma fingere suonerà falso. Te ne accorgerai. Se ne accorgeranno. Ti sentirai sempre nudo in pubblico.

Se non ci credi tu, come potrà crederci un uomo?

Col tempo troverai i trucchi giusti, il trucco giusto, il tono giusto, il movimento giusto. Dimenticherai di più e non noterai gli sguardi del tipo "Sono certa che qualcosa non va".

Ma lui sarà sempre lì ad aspettare. Hai bisogno del mondo intero per credere. Ma non ci crederai mai.”

Mi ha salvato.

Per me la soluzione è stata accettare ciò che non potevo cambiare. Ero ancora in difficoltà. Vivevo ancora con l'ansia. Odiavo ancora il mio corpo. Ma era *questa* la risposta? Era davvero la risposta? Non lo era. Avevo bisogno di tempo e di dare priorità alla mia vita. Arrivarono sfide più importanti.

Non esiste un modo giusto per gestire questa esperienza, ma la transizione è una soluzione così permanente e drastica. Una soluzione che non è garanzia di pace. Più aspetti, più è difficile. Più ti precipiti, più è probabile che te ne pentirai.

C'è un modo migliore.

Parte della crescita è rendersi conto che a volte le cose fanno male. La tua vita non può fermarsi quando le cose sono difficili.

 Devi trovare una via d'uscita.

I trattamenti di affermazione di genere ti tengono bloccato in un'accettazione e convalida senza fine e nel tentativo di essere ciò che non puoi essere.

Sono grato ogni giorno di non aver fatto la transizione. Non ho rinunciato a un futuro che non avrei mai potuto immaginare. Non mi sono fatto intrappolare. Non troppo tardi ho scoperto che non era la risposta al mio dolore.

Qualcuno che sapeva, mi ha detto la verità.

Ecco perché oggi parlo apertamente.

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A me sta andando bene, perché sono CREDIBILE (spero). Ho aspettato a lungo (potenzialmente per sempre, se non avessi perso la mia compagna di vita) e per fortuna, pur con qualche incertezza ancora, riesco a coltivare e sviluppare la mia nuova identità senza rimorsi o rimpianti.

Purtroppo tanta gente come me è anche INCREDIBILE e, spesso, non se ne rende manco conto. In genere costoro sperimentano verso di loro un certo "distacco empatico" ( per usare un eufemismo se non, in alcuni casi, disgusto),  ne soffrono e si arrabbiano. Quindi costruiscono un concetto di fluidità dove piazzare la propria identità e cercano di spingere con moti rivendicativi una accettazione sociale (o addirittura legale) sempre ed a prescindere (ad esempio nello sport). 

In se - non facendo del male a nessuno - non si tratterebbe di rivendicazioni dannose, ma non devono diventare l'occasione perché altre istanze di trans-formazione della società vengano propugnate in modo subdolo, nei media, nello spettacolo, nella pubblicità, o addirittura nel sistema educativo dei più giovani .

A me resta comunque il sentimento di stare dentro un recinto ( sociale, umano, biologico, ecc.) con tutte queste persone mie simili. Ora, nonostante io stia sperimentando l'accettazione, la simpatia, la convivialità con tante persone dotate di grande cultura e intelligenza, certe volte - a causa di questa varietà umana che mi è adiacente - quel recinto lo sento più alto.

Ma è solo il mio sentire quindi - secondo la mia tesi di fondo - è una mia illusione, e un po' mi consolo.



Leave The Kids Alone - Lasciate i bambini in pace - Sulle pedagogie transumaniste

Quest'ultimo sabato è stato particolare. 

La sezione del partito Democrazia Sovrana Popolare dove sono iscritta ha organizzato una conferenza sul tema "gender", cioè sulle problematiche di questo condizionamento sociale generale a cui siamo sottoposti e, in particolare, su quello che si riversa in vario modo nel percorso educativo dei bambini e dei più giovani.

Il vero motore dell'iniziativa è stata la vulcanica Luisa che, con la sua pervicacia e spinta ideale ed emotiva, desiderava illustrare la pressione educativa sul "gender" che comincia ad affacciarsi anche in Italia  ma che nei paesi anglosassoni è invece già dilagata determinando tanti e tali problemi da indurre, da non molto, anche ad una marcia indietro.

Ma io non potevo non essere protagonista. Anzi, la mia presenza in sezione, per certi versi, è stata  il seme in più che ha fatto germogliare questa voglia di parlare ed illustrare, politicamente, la questione.

La locandina del convegno è questa.



Il titolo è stato scelto ad hoc. Non c'è ne la parola GAY, ne LGBT, ne TRANS ( se non nella parola transumaniste) perché sembra che queste parole attraggano gli attivisti più aggressivi di queste organizzazioni e, secondo il loro modo di fare democratico e tollerante, impediscano anche con violenza ogni manifestazione che possa, anche pur lontanamente, criticare le loro posizioni e le loro rivendicazioni.

E' chiaro che l'argomento politico è mirato sui bambini (LASCIATELI IN PACE), e sui condizionamenti che possono subire, ma anche, più in generale, su quanto la spinta mediatica generale su tutti noi cerchi di mutare, quasi antropologicamente, alcuni paradigmi sociali e anche biologici. Queste sono le  "PEDAGOGIE TRANSUMANISTE" che subdolamente - ma neanche tanto - in nome di un progressismo incondizionato vogliono trasformarci in esseri umani privi di identità e quindi anche di identità di genere : consumatori perfetti, macchine umane inconsapevoli, ricettacoli di condizionamenti pubblicitari e di paure indotte artificialmente, per controllarci e prevenire ogni reazione. 

Non potrò illustrare le relazioni dei correlatori (Luisa, io, e due professori di filosofia bravissimi) perché non ho il loro materiale e perciò riporterò qui solo la mia relazione che ha avuto molti riscontri positivi, sia per il contenuto che per l'esposizione.

Questa è una  foto del convegno. 



Ero vestita così


E in questa foto la tipa seduta a sinistra sono io. Presa da lontano non sembro male (un po' di vanità mi è necessaria in ogni contesto, scusatemi 😀).


E questo è il mio intervento. 

----------------------------------------- IL MIO INTERVENTO ------------------------------------------------

Vi sarete chiesti che ci fa un'ingegnere , addirittura progettista industriale, in una conferenza che è tutt'altro che tecnica. Se non l'avete già capito, lo capirete tra un po'.

Comunque sono una iscritta a DSP che pensa di poter dare un contributo importante alla strutturazione degli obiettivi politici del partito nel campo delle problematiche della discriminazione sessuale e di genere.

V ho detto che faccio l'ingegnere e potete notare che non ho usato il verbo essere. Non ho detto "sono un'ingegnere". Personalmente ho una certa circospezione ad usare la prima persona del verbo essere : io sono.

Questo mio "vezzo"   è molto legato al  concetto d'identità che, per me ( e credo per tutti, consentitemi) è tutt'altro che "una e permanente", nonostante il significato più stretto della parola : identità, cioè qualcosa che è uguale a se stessa. 

C'è l'identità professionale ( sono un ingegnere, avvocato, operaio, ecc), quella familiare ( sono padre, madre, figlio, marito, moglie), quella legata all'età (sono un bambino, un giovane, un anziano) e tante altre definizioni che, a domanda, ognuno di noi declinerebbe secondo la percezione del suo momento di vita. 

E poi, anzi prima, c'è l'identità di genere : Sono un maschio, sono una femmina.

Inciso

Una volta si parlava solo di identità sessuale. Poi fu coniato questo termine per distinguere in quest’ultima due aspetti : le preferenze sessuali ( cioè il sesso del partner che si preferisce ) e l’abito sessuale in senso lato, cioè il modo di essere con cui ci si presenta nella vita: al maschile od al femminile, più o meno.  In effetti già così si manifesterebbe una varietà data dalle 4 combinazioni possibili del caso binario. Ma se si considera invece che solo i due estremi una continuità dei due aspetti le combinazioni diventano tantissime, ed ecco una spiegazione delle sigle che ci ritroviamo ai giorni nostri per individuare una qualche fattispecie sessuale.

Fine dell’inciso

La differenza cruciale tra queste definizioni è che quelle prime declinazioni dell'identità sono tutte più o meno mutevoli nel tempo : infatti si cambia lavoro, si cresce, si invecchia, ci si sposa, ci si separa e via discorrendo.

L'identità di genere, invece, appare decisamente differente. 

Per tanti - quasi tutti - è FISSATA da bambini e poi inalterabile per tutta  la vita.

Per arrivare al focus di questo convegno, si tratta di capire come e quando l'identità di genere si FISSA nel bambino in questo modo così inalterabile.

Alcune teorie filosofiche e psicologiche individuano due parti della formazione del "se" cioè in generale dell'identità e quindi anche dell'identità di genere: una parte "innata" e una parte "non innata" quindi legata all'instaurarsi, crescendo, della coscienza, del dialogo interiore, e quindi influenzata dagli stimoli sensoriali e culturali . 

Quanto le due parti pesino relativamente sul risultato finale  dell'identità nessuno lo sa. 

Gli esperimenti e gli studi che hanno fatto  dimostrano una grande influenza della parte innata ( che potremmo anche chiamare biologica) ma, ciononostante, ogni tanto, in piccola percentuale, l'identità di genere risultante non coincide con quella che ci si aspetterebbe dal sesso di nascita.

A questo punto devo raccontarvi di me.

Il modo più semplice e sintetico per raccontarvi di me è  leggervi la lettera che scrissi alla cara Luisa, segretaria di sezione di DSP 

Cara Luisa, ci siamo visti solo due volte poi ho dovuto affrontare, per risolverla, una questione molto personale che mi ha tenuto lontano dalle vostre attività. Ti scrivo perché per poter continuare a partecipare devo condividere con voi questa questione perché riguarda me è il rapporto con tutti gli altri, quindi anche con voi del partito. Inoltre, può darsi, che per “partito preso”, pregiudizi, blocchi ideologici potrei non esser ben accetta nel vostro gruppo. Me ne farei una ragione, senza drammi.

Ma veniamo alla questione suddetta. 

Devi sapere che io, vent’anni fa e per un paio d’anni, iniziai un percorso di transizione sessuale,  che poi sospesi volontariamente, per amore e per rispetto alle esigenze di mia moglie che comunque sapeva di me, fino a quando, purtroppo, lei è mancata. Dopo un po’ di riflessione, ho raggiunto la consapevolezza, come ho detto ai medici, che la ragione per riprendere questo percorso è che non c’era ragione per non riprenderlo.  

Non vado oltre. Ti preciso solo che vivendo  internamente la questione contesto fortemente le filosofie “gender” imperanti e conosco nel dettaglio tutti gli errori del sistema.

Fammi sapere se questa mia rivelazione crea problemi nel gruppo, a qualcuno in particolare o più in generale, e non farti remore di farmelo sapere. Ho sufficiente padronanza di me e accettazione di tutto e di tutti e quindi grazie comunque.

Qualcuno l’aveva già capito ( in cuor mio spero pochi ma come va, va), che io sono una persona che, da non molto tempo, cioè in piuttosto tarda età, ha iniziato una transizione di genere sessuale. Sono stata accolta senza nessun pregiudizio e preconcetto nel partito e, anzi, i miei amici e compagni di sezione ritennero che la mia esperienza poteva essere importante per l'immagine del partito e per i suoi obiettivi.

Quindi, come ho detto a Luisa, il mio percorso non è stato semplice ne lineare e non è cominciato solo qualche mese fa, così per magia. 

Questa era io vent'anni fa.


Vent'anni fa avevo iniziato terapie e ottenuto la cosiddetta "diagnosi di disturbo dell'identità di genere" e poi, più recentemente, ne ho ottenuta un'altra simile aggiornata.

Quando si ottiene questa diagnosi si fanno uno o più dialoghi con uno specialista della mente, psichiatra o psicologo. Nel primo rapporto c'era scritta questa frase, conseguente al racconto dei miei ricordi infantili  :

... già dall'età scolare aveva evidenziato, seppur non dichiarandolo a nessuno, il bisogno di "sentirsi" più vicino al sesso femminile, allo spirito ed ai modi che caratterizza tutta la sfera della femminilità, rispetto al sesso maschile. Aspetto psichico questo coniugato anche ad una forma immaginaria, con fantasie astrattive, legata a modus specifici di genere. Tale anelito è maturato in lunghi anni di riflessione e di consapevolezza ben strutturata, senza tuttavia compromettere sia il funzionamento sociale, sia le relazioni lavorative tra l'altro portate avanti con successo.

Quella frase evidenziata, che sta lì innocua, secondo me è cruciale.

Immaginate un bambino che ha fantasie astrattive, immaginazioni legate al genere maschile o femminile, in cui per qualche circostanza assolutamente casuale ( eventi, visioni, parenti distratti) si rafforzano queste fantasie che - uso una metafora - da "gassose" diventano man mano "liquide" e poi "solide", scalfiture sempre più profonde nella memoria, solchi che si approfondiscono nel tempo con  pensieri ricorrenti, fino a costruire l'identità. 

E di questi eventi consolidanti, in gran parte, non si ha più  ricordo. 

Ai nostri tempi, il boom del "gender", secondo me è dovuto proprio al fatto che la comunicazione "social " su internet, la pressione mediatica sul tema, producono che  quelle fantasie "gassose" non possono dissolversi come succedeva per il 98% delle persone, ma invece si consolidano e diventano realtà "solida" per tanta gente. Chi si fa coinvolgere tra i più giovani  non esce più da una spirale di  emulazione-approvazione reciproca e  finisce per credere che la propria vita sia uno 

STATO ( io mi sento così e per sempre) e non un 

MOTO ( ho questa aspirazione e chissà).

Bisognerebbe che, consapevolmente, si accettasse di vivere in modo dinamico, accettando il cambiamento, desiderandolo, ma anche cercando di resistere, per valutare nel tempo alternative e altre ragioni di risoluzione del proprio "sentire", in modo non totalizzante ( come dice di me il mio psicologo.)

Il fatto è che la convinzione del sentire senza riscontro con la realtà e uno degli obiettivi pedagogici del transumanesimo.

Io sono  convinta che non esiste un "sentirsi" prima dell'essere. E questo vale per tutte le declinazioni dell'identità : non puoi sentirti madre prima di esserlo, ne ingegnere prima di laurearti e fare un po' di professione. 

Domanda : Perché questo non dovrebbe valere per l'identità di genere ?

Racconto l'episodio del mio primo incontro con l'endocrinologo come emblematico dell'approccio che sembra esserci, , fin dall'inizio, nell'esame di questa fattispecie umana a cui appartengo

Eccolo in stralcio :

Ad un certo punto mi dice: " Ah, scusi, non le ho chiesto come preferisce essere chiamato o chiamata ".

Io resto un attimo interdetta, e gli rispondo. : "Mi chiami come si sente di chiamarmi. Per ora non ho un immagine tale da poter pretendere appellativi femminili obbligatori e non mi faccio problemi in un modo o nell'altro. Ho sufficiente padronanza di me."

-Inciso 

Avevo letto in racconti di persone che avevano cominciato percorsi di transizione che la prima cosa che gli chiedono è : "Lei come si chiama ? Qual'è il suo nome della nuova identità ?" . Forse dietro c'è qualche moderna  teoria psicologica sul "gender" a me ignota ma questa separazione tra mente e corpo, tra sentirsi ed essere, secondo me  è un grosso errore.

Ora se io fossi un medico, o uno psicologo, e ricevessi una risposta  "Siiii, grazie. Mi chiami Savannah, ma con l'h espirata per favore" da un tipo barbuto di 90 kg con i peli lunghi un dito sulle gambe ( e che se li vuole pure tenere) dovrei fare uno sforzo di atarassia professionale di non poco conto. 

-fine dell'inciso

Spiegai : "Non mi inalbero se mi chiama Signor e non Signora. La mia necessità è, intanto, fisica, corporea e dopo, come naturale conseguenza, mentale.

Quindi, e lo riscontro su me stessa, è la transizione cioè il cambiamento più o meno graduale e più o meno riuscito che  modifica la tua identità e il tuo sentire e quest'ultimo non è precedente al tuo "divenire per essere", come dico io. Sentirsi qualcuno o qualcosa, a prescindere dalla realtà, è un'illusione cognitiva che, come tutte le illusioni, può spingerti verso orizzonti che poi si rivelano miraggi pericolosi e distruttivi.

Vent'anni fa, nella mail list che amministravo tra persone mie simili, scrissi una autointervista nella qual svisceravo in modo dialetticamente intrigante (piacque all'epoca ed ebbi riscontri positivi) questa problematica. 

Vi riporto qui un pezzo di quell' auto-intervista (la versione integrale si trova cliccando qui).

-------------------------------- LA MIA AUTO-INTERVISTA ---------------------------------

D: Perciò, avviandoci alla conclusione, non hai la molla delle “vere” transessuali, quelle che dicono languidamente : “ Mmmm… mi sento tutta donna dentro…” ?

R: Sentirsi donna, siamo alle solite. E come si sentono le donne ? Credo che se lo domandassimo ad una donna ti direbbe "Mi sento me stessa, così come mi vedi, così come sono. Non so come potrei sentimi in altro modo !"

Io credo che sentirsi diversi da se stessi, cioè donna, uomo, o pipistrello sia una illusione cognitiva. Alle persone transizionanti sembra privo di contraddizione affermare "Mi sento donna".

Secondo me non ci si può sentire realmente qualcuno diverso da se stessi. Ci si può solo illudere di sentirsi qualcosa o qualcuno diverso da se stessi.

Se dico "Mi sento Indiana Jones" indossando abiti da esploratore e facendo schioccare la frusta  creo in me una "autoillusione cognitiva" che mi fa immaginare come dovrebbe percepire il mondo circostante e se stesso il vero Indiana Jones ( che manco esiste...).

L'attore professionista è un esperto di queste autoillusioni cognitive. Quelli migliori riescono ad annullare il proprio "se" per diventare il personaggio che interpretano.

Perciò io, non essendo donna, non facendo la donna, non vestendomi con abiti femminili se non nel modo che t’ho spiegato, non mi sento donna. Però è anche certo che non mi sento uomo (ndr. vent'anni fa ero così) . Quindi sono io e basta e, in questo momento, non mi so classificare. E’ come se fossi priva di genere sessuale . Se dicessi altro  mentirei, soprattutto a me stessa.

 D: Ma molte altre transessuali non dicono così, dicono che si sentono donne dentro ”da sempre” e che perciò devono re-allineare il loro corpo con la loro mente. Anche prima di aver iniziato la loro transizione. Pensi che  mentano ?

 R: No. Non mentono. Anch'io anni fa ero vittima di una illusione analoga. Se ti immedesimi molto, se chiudi gli occhi come se volessi concretizzare il tuo desiderio di trasformazione, oppure ti guardi allo specchio negli abiti che ti piacerebbe indossare tutti i giorni, in una posa riuscita, puoi scioglierti nel desiderio di femminilità, soffrire moltissimo per non avere le sembianze che desideri, e sentirti fortissimamente "donna". Ma, volendo, anche fortissimamente Indiana Jones....

 D: Ma tu parli di desiderio di trasformazione. Quindi c'è qualcosa alla base....

 R: Oh. caspita. Certo che c'è. Se non ci fosse saremmo tutte da ricoverare. Invece qualcosa di sostanziale ci deve essere e c'è sicuramente. Mettendo da parte i desideri  e le turbe infantili che, molto probabilmente, sono alla base di tutto, cosa ci capita ad un certo punto della vita ?

Ci si specchia, ci si ri-conosce e si sta male. Ora la cosa più clamorosa e vergognosa che ha questo “male” è che deriva, piuttosto che da un nasone o da qualche chilo di troppo, dal vedersi maschi nel proprio corpo e/o nel proprio ruolo. L’unico atto volontario che c’è in questo processo di transizione è decidere di non resistere più a questo misterioso istinto di cambiamento.

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Per concludere sul sentirsi

Il "sentirsi" è un esercizio dell'immaginazione. Ed è quello che fanno i bambini giocando e scegliendo ruoli ed emulando personaggi ( cenerentola, l'uomo ragno , voglio fare il calciatore, la ballerina, l'astronauta, ecc.). 

Per questo bisogna lasciare libertà e casualità ai percorsi immaginifici dei bambini per il loro formarsi una identità, senza griglie prestabilite, iper-stimoli mirati , condizionamenti occulti inseriti negli spettacoli, nei cartoni animati ecc.  

Questa, in sintesi, è la nostra idea politica a riguardo.

Per concludere su di me

Qualche amica mi definisce "atipica" e credo sia vero. Io sono una persona che ha la disforia di genere, ma che ha ed ha avuto una vita piena senza farsi travolgere da questa pulsione (innata, acquisita, non lo saprò mai), l'ha controllata, è riuscita a sospendere ( per vent'anni, non poco ) un percorso già intrapreso per amore e rispetto della sua compagna, e che poi, al suo mancare, con una certa determinazione - e, leggendomi dentro, con sincero spirito esplorativo di se - ha ricominciato quel percorso.

Perciò, se invece di intervenire sul corpo ( terapie, chirurgia) intanto si facesse un profondo, accurato, lavoro sulla mente, ripulendola intanto dai condizionamenti esterni, instillando consapevolezza interiore, penso si potrebbero evitare molte transizioni giovanili improprie non volute, impulsive, e che possono portare anche a risultati drammatici.

Grazie dell'attenzione


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Il riscontro è stato positivo, molto positivo, tutti i relatori hanno avuto complimenti e io ho avuto personale riscontro per i contenuti filosofici del mio intervento con sincero apprezzamento anche dai professori di filosofia (uno ordinario di filosofia teoretica nell'Università di Catania).

Leonardo Nicolosi, il nostro coordinatore, ha scritto questo.

Scontata la maestria dei due professori, relatori ospiti, è mio immenso piacere fare i complimenti alle sorprendenti ed eccezionali relatrici del  nostro convegno "Lasciate in pace i bambini".
Luisa Ragonese e Marialisa Granata, ci hanno deliziato, pur trattando argomenti duri ed ostici da digerire, con una prova entusiasmante per qualità, profondità, chiarezza di contenuti ed intensità emozionale, sostenute da ottime doti di comunicazione.
La mia immensa gratitudine ed il grande piacere di servire tanta bellezza, impegno e qualità, sia l'elemento che dia la misura, a chi si è persa questa occasione, di quanto sarebbe stato meglio viverla. 
Sarà per le prossime.
Avanti senza indugio.

Grazie