THREAD N.RO 67
Da: "Maryliz"
Data: Ven Ott 29, 2004 11:28 am
Oggetto: Mary Intervista mary
Non so perché m'è venuto in mente di scrivere questa autointervista.
Però è stato un simpatico esercizio di introspezione.
Se ne avete voglia leggetela, altrimenti
fate come se niente fosse.
Baci
Maryliz
Mary intervista Mary
Come stai ? Ti vedo un po’ stanca. E’ vero sono un po' troppo affaccendata, ma non mi lamento. E' un periodo di lavoro intenso, di crescita, con qualche rischio economico. Come spesso mi capita ho tanto lavoro ma poco denaro. Però riesco a controllare lo stress. Difficilmente vengo travolta dalle mie preoccupazioni. |
E la tua transizione come va ? Non vedo grandi passi avanti….
In che senso, scusa ?
Nel senso che il tuo abbigliamento, il tuo modo di essere e presentarti è lo stesso ormai da mesi e mesi.
Beh, qualche piccolo cambiamento c’è stato. Per esempio da quest’estate ho smesso di mettere la T-shirt sotto la camicia. Che quindi è l’unico capo maschile che indosso in genere. Anche le scarpe sono da donna. E poi si vede il reggiseno dalla camicia aperta, ma è un reggiseno a brassiere senza tanti fronzoli. Eheh... Se esistessero i reggiseni maschili sarebbero fatti così !
E per i capelli ? Non avevi parlato di trapianto ? Mi pare che le tue stempiature siano in fondo l’ultimo segno distintivo di una immagine maschile.
I capelli sono il mio cruccio. Credo che la capigliatura sia uno degli inneschi della mia transessualità. Avere bei capelli, lunghi, fluenti, è il mio sogno. E fino a quando non mi sentirò almeno decente in tal senso non credo che potrei fare passi decisi su altri fronti. Di parrucche neanche a parlarne, ma il trapianto però è una cosa che sto scoprendo più complicata di quanto credessi. Leggendo su un forum specializzato non c’è molto di rassicurante sugli esiti e per aver risultati quasi sicuri bisognerebbe andare all’estero, in Canada. In ogni caso ci vuole tempo e denaro. Due cose che in questo momento sono al minimo disponibile. Però non dispero. Ho dato “in appalto” a Cristina l’applicazione serale del Minoxidil e, da quando sto mettendo sulle zone incriminate anche la tretinoina (che è un eccezionale amplificatore delle proprietà del Minoxidil) qualcosa è cambiato: la peluria sulle tempie si è rafforzata, molti capelli nuovi si sono formati. Poi, io non sono più un “maschio“ normale: ho il testosterone nel range femminile e mi nutro di estrogeni, quindi una cura farmacologica e topica adatta per l’alopecia androgenetica nelle donne deve dare i suoi frutti !!. Perciò aspetterò un po’ di altri mesi e poi riconsidererò l’ipotesi trapianto.
Ma al lavoro si sono accorti di qualcosa o no?
Non lo so. Posso anche supporre che qui in ufficio abbiano capito tutto. Magari conoscono pure il mio sito… Boh.. Ma se sanno qualcosa devono anche aver capito che non sto facendo qualcosa di dirompente. Cioè che nell’immediato futuro non ci sono momenti cruciali. Il mio look androgino, il mio viso glabro, il seno che non nascondo quasi più, le braccia depilate, i capelli lunghi, il ciondolino transgender al collo, tutto è stato ormai abbastanza digerito. Io non checcheggio, sono sempre io, è solo la mia immagine che è mutata. Non mi pare che ci siano pettegolezzi e se ci sono stati ora si sono placati. A volte penso che basta che in un gruppo di persone ci sia qualcuno più tollerante, che magari conosce di esperienze positive di transessualità tra le sue conoscenze, e tutto cambia. Poi io sono il capo, che possono fare ?
Ma allora perché non lo dici ? Non soffri a non poterti vestire come vorresti ?
Potrei. Ma per ottenere cosa? Dovrei dirlo a tutti, altrimenti non mi cambierebbe niente. Se dirlo ai miei dipendenti servisse per andare ogni mattina in ufficio in abiti femminili ( o più femminili) significa che dovrei dirlo anche al giornalaio, al farmacista, al meccanico di fronte, al proprietario del bar che m’incontra ogni giorno, ai condomini dove abito,
ecc. ecc.. Per non parlare di tutti i clienti da cui vado o che vengono in ufficio. Il coming out non può essere parziale. Io non ho vite parallele, diurne e notturne. Io vivo tra casa, ufficio, officine, cantieri, senza soluzioni di continuità d’immagine.
Ma non soffro… Soffrire è una parola troppo grossa. Certo mi piacerebbe fare certe cose, esser disinvoltamente me stessa in altri abiti, ma questi desideri sono quelli che sono, cioè sono come tutti gli altri desideri. Vivo il mio compromesso senza traumi, con cosciente consapevolezza dei vincoli posti dal mio lavoro, dal luogo dove vivo e dai tempi che sto attraversando.
Perciò non hai amici, amiche con cui potresti condividere questo “segreto”? E le persone della lista che vivono vicino a te ? Non le incontri mai ?
No. Non frequento i miei conoscenti ( e ci metto dentro tutti, amici, amiche, parenti, colleghi) così assiduamente da renderli degni di una simile rivelazione. Per quanto riguarda le persone della lista l’unica con cui mi incontro rarissimamente ( ogni due o tre mesi o più ) è Simona, la fondatrice fantasma di “Disforia”. Ma è sfuggente, inarrivabile, credo intimidita più dal suo “procrastinare” tutto che da incontrare me. Volevo fare un viaggetto per incontrare qualcuno ma... nisba... non c'è verso di allontanarmi dai miei impegni. Anche quest'anno ferie = 2 giorni.
Perciò vivo la mia transizione in una solitudine senza speranza e se non ci fosse Cristina al mio fianco credo che il mio equilibrio mentale ne sarebbe stato irrimediabilmente compromesso. E’ per questo che per me contano tantissimo le preoccupazioni e le esigenze della mia compagna.
Ah, Cristina. E’ lei il tuo vero impedimento, confessa !
Si, anche, certo. Le voglio tanto bene che non riesco neanche a pensare di poterle fare del male, di crearle imbarazzo, problemi, disagio. Tutto questo solo perché io possa indossare un tailleur? E perché oggi piuttosto che domani, cioè quando lei potrà esser più pronta, più ricca di convinzioni e più pronta ad affrontare i pregiudizi e le critiche feroci che altrimenti potrebbero travolgerla ? Ormai sono questi gli unici pensieri “disforici” che mi restano. Io voglio conservare a tutti i costi, il meraviglioso rapporto che ho con lei. Anche se sento che, se io volessi, mi seguirebbe in capo al mondo.
Andate d’amore e d’accordo, no?
Siamo in armonia perfetta. Lei ha accettato piano piano le mie progressive, millimetriche, trasformazioni. Vestirmi con l’abbigliamento maschile che si trova nel reparto femminile (scarpe basse, borse, pantaloni, ecc.) sono tutte conquiste che ho ottenuto provandole che non succedeva niente, che nessuno mi prendeva a pernacchie e che lei non aveva niente di cui vergognarsi. Ho vinto le sue paure irrazionali più piccole affrontandole ad una ad una e limitando le mie forzature al minimo. Anche perché io riesco molto meglio di lei a controllare le mie sensazioni ed emozioni.
Dici sempre che riesci a controllarti, che “percepisci le tue percezioni”, non credi che sia innaturale tutto questo autocontrollo ?
E’ vero, non è naturale, non è istintivo. Cerco di spiegarmi meglio con un esempio. A me piace tirare su i capelli con un mollettone e mettere un paio d’orecchini. Lo faccio sempre a casa. Diciamo che il mio modo di cambiarmi. Ma lo faccio perché ho uno specchio a disposizione, così mi ri-conosco più vicina a quello che mi piace essere e , dopo pochi secondi di narcisistica riflessione, torno a quello che ero prima dell’acconciatura. Però ora la mia mente ( cioè il mio cervello) è placato dalla memoria di quell’immagine. Io vedo, sento, capisco che si instaura in me un meccanismo di retroazione positiva quando faccio queste cose, ma proprio perché ne individuo la natura direi quasi “neurologica”, riesco ad analizzarlo con un certo distacco. E così, se ne devo fare a meno, soffro di meno, o non soffro affatto. A volte penso che il mio modo di gestire la “disforia” somigli ad una “educazione alimentare” regolare e poco calorica contrapposta all’alienante alternarsi di abbuffate e digiuni. Invece di vestirmi di tutto punto il sabato e la domenica (abbuffata), mi nutro con uniformità e moderazione della mia immagine androgina.
Intanto continui a prender ormoni. A proposito com’è finita con l’endocrinologo ?
O certo. Non potrei smettere. La femminilizzazione del mio corpo è la pietanza più importante della mia metaforica “educazione alimentare”. Senza ormoni adesso sarei una bulimica obesa o una anoressica in coma. Sempre nel senso metaforico cibo = femminilizzazione, s’intende.
L’endocrinologo dici ? Ha dato forfait. Ha detto che non se la sente ( in realtà non vuole rogne…) di farmi la prescrizione. Però è stato corretto. S’è informato e mi ha fornito il nominativo di un suo collega che invece ha in cura anche persone transessuali e che le prescrizioni le fa. Appena ho un po’ di tempo telefono per fissare un appuntamento.
Il corpo femminile. Ma tu pensi di operarti ?
In questo momento dico no. Anche se avere la patatina mi piacerebbe proprio. Una sessualità assolutamente femminile è sempre stata presente nelle mie fantasie. Solo che non si è mai accompagnata ad un desiderio “carnale” verso gli uomini o verso l’organo maschile. Perciò tutto resta, e probabilmente resterà, solo una fantasia utile all’eccitazione sessuale e io sarò una persona transgender piuttosto che una transessuale operata.
Perciò, avviandoci alla conclusione, non hai la molla delle “vere” transessuali, quelle che dicono languidamente : “ Mmmm… mi sento tutta donna dentro…” ?
Sentirsi donna, siamo alle solite. E come si sentono le donne ? Credo che se lo domandassimo ad una donna ti direbbe "Mi sento me stessa, così come mi vedi, così come sono. Non so come potrei sentimi in altro modo !"
Io credo che sentirsi diversi da se stessi, cioè donna, uomo, o pipistrello sia una illusione cognitiva. Alle persone transizionanti sembra privo di contraddizione affermare "Mi sento donna".
Secondo me non ci si può sentire realmente qualcuno diverso da se stessi. Ci si può solo illudere di sentirsi qualcosa o qualcuno diverso da se stessi.
Se dico "Mi sento Indiana Jones" indossando abiti da esploratore e facendo schioccare la frusta creo in me una "autoillusione cognitiva" che mi fa immaginare come dovrebbe percepire il mondo circostante e se stesso il vero Indiana Jones ( che manco esiste...).
L'attore professionista è un esperto di queste autoillusioni cognitive. Quelli migliori riescono ad annullare il proprio "se" per diventare il personaggio che interpretano.
Perciò io, non essendo donna, non facendo la donna, non vestendomi con abiti femminili se non nel modo che t’ho spiegato, non mi sento donna. Però è anche certo che non mi sento uomo. Quindi sono io e basta e, in questo momento, non mi so classificare. E’ come se fossi priva di genere sessuale . Se dicessi altro mentirei, soprattutto a me stessa.
Ma molte altre transessuali non dicono così, dicono che si sentono donne dentro ”da sempre” e che perciò devono re-allineare il loro corpo con la loro mente. Anche prima di aver iniziato la loro transizione. Pensi che mentano ?
No. Non mentono. Anch'io anni fa ero vittima di una illusione analoga. Se ti immedesimi molto, se chiudi gli occhi come se volessi concretizzare il tuo desiderio di trasformazione, oppure ti guardi allo specchio negli abiti che ti piacerebbe indossare tutti i giorni, in una posa riuscita, puoi scioglierti nel desiderio di femminilità, soffrire moltissimo per non avere le sembianze che desideri, e sentirti fortissimamente "donna". Ma, volendo, anche fortissimamente Indiana Jones....
Ma tu parli di desiderio di trasformazione. Quindi c'è qualcosa alla base....
Oh. caspita. Certo che c'è. Se non ci fosse saremmo tutte da ricoverare. Invece qualcosa di sostanziale ci deve essere e c'è sicuramente. Mettendo da parte i desideri e le turbe infantili che, molto probabilmente, sono alla base di tutto, cosa ci capita ad un certo punto della vita ?
Ci si specchia, ci si ri-conosce e si sta male. Ora la cosa più clamorosa e vergognosa che ha questo “male” è che deriva, piuttosto che da un nasone o da qualche chilo di troppo, dal vedersi maschi nel proprio corpo e/o nel proprio ruolo. L’unico atto volontario che c’è in questo processo di transizione è decidere di non resistere più a questo misterioso istinto di cambiamento.
Ma tu resisti invece ....
Uffa…. Io continuo a prender ormoni, la mia immagine è decisamente cambiata e quando Cristina sarà un po’ più sicura di se e della sua capacità di difendere le sue scelte e il suo amore, io non metterò molto tempo a dare una svolta, nonostante l’ambiente, il lavoro maschilista e tutte le altre non poche condizioni sfavorevoli che mi circondano.
Diamo tempo al tempo, allora ?
Diamo tempo al tempo.
Maryliz
Da: "alessia bellucci"
Data: Ven Ott 29, 2004 1:12 pm
Oggetto: Re: [disforia di genere] Mary Intervista mary
Mi è piaciuta molto, Mary.
Grazie.
Alessia
Da: "carla turolla"
Data: Ven Ott 29, 2004 2:24 pm
Oggetto: Re: [disforia di genere] Mary Intervista mary
O là.
Mi riconosco: un po' nella storia e parecchio nel metodo di ragionamento.
Molto bello Mary.
besos
carla
Da: India
Data: Ven Ott 29, 2004 3:15 pm
Oggetto: Re: [disforia di genere] Mary Intervista mary
Ehiiii... Mary,
bella, dolcissima e interessante, questa tua autointervista.
Complimenti, davvero e grazie di averla fatta.
Nella foto sembri tanto scricciola e tenera...
Baciuzzi
India
Da: "anna_trav2003"
Data: Dom Ott 31, 2004 2:09 am
Oggetto: Ogg: Mary Intervista mary
Molto bella questa tua intervista, e ti ringrazio di averla scritta.
Soprattutto mi ha molto colpito quando tu ragioni sul "sentirsi
donna" o "sentirsi se stesse".
Credo che sia una sintesi di molte discussioni che leggo e che
spesso mi trovo a fare in altri contesti. In effetti ho sempre
sentito come una formula giustificativa di me l'affermare che "mi
sento donna", affermazione molto utile in alcuni contesti, ma che
poi aprono il campo a dover necessariamente sviluppare ulteriori
discorsi per affermare che sostanzialmente voglio "sentirmi
semplicemente per quella che sono".
Però la gabbia nella quale ci si muove è comunque dettata da una
definizione maschile o femminile. Se la nostra lingua avesse il
neutro forse quello sarebbe più giusto? Forse lo userei per
autodefinirmi? Ciò che sono e che mi sento di essere nei fatti
coincide con quella categoria generale che viene
definita "femminile" per tanto il mio me stess* - inventandosi un
neutro in questa maniera - coincide con il femminile con il "donna".
Va da sé che una donna risponde semplicemente "mi sento me stessa",
se ovviamente non è una MTF, perché a quel punto il suo "se stessa"
diventa un "maschile". Volenti o non volenti forse la definizione
che più si avvicina a quello che sento di me è la seguente: una
donna con il corpo maschile, e per tanto concentrata nello sforzo di
trasformare questo corpo da maschile al più femminile possibile,
nella piena consapevolezza che comunque rimarrà sempre un corpo
strutturalmente maschile per quanto femminilizzato.
Vivo con la mia ex moglie, con la quale ho un rapporto bellissimo di
affetto, di complicità. Siamo due amiche per la pelle, come si suole
dire, e lei rappresenta comunque il mio massimo punto di critica, e
spesso ci troviamo a ragionare su noi stesse su quello che sentiamo,
pensiamo, così che lei con me riscopre la sua femminilità, ed io
scopro me stessa sempre più "donna".
Un bacio
Anna
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