Io non ho ormai una grande famiglia. I miei genitori non ci sono più da tempo e ancora prima sono scomparsi i loro fratelli. Prima facevamo grandi riunioni familiari a Pasqua e Natale ma tutto, piano piano, è finito e la grande famiglia di figli, nipoti, cugini, ziii padri e madri non c’è più.
Per me resta mia
sorella, con suo marito e suo figlio, e qualche più o meno lontano cugino. Sua
figlia, mia nipote, non la frequento (fu mia impiegata per 15 anni o più ma,
quando la mia azienda andò in crisi, non ce la fece più e sparì, lasciandomi
nei guai) e quindi non vado alle loro riunioni. Restano poi le mie cognate,
sorelle di mia moglie che, teoricamente, non sarebbero più famiglia mia. Ma ormai
dopo 40 anni di conoscenza e di tribolazioni sofferte e come se fossimo tutti di famiglia.
Loro due sono proprio sole, non hanno parenti (qualcuno addirittura in Australia) e quindi mia sorella ha invitato
loro e me a pranzo, la domenica di Pasqua.
La mattina di quel giorno,
svegliandomi, pensavo alle parole di Cristina : “ Lo dirai quando sarai
pronto/a”. Ed, allora, con un classico metodo di analisi logica, ho invertito
la domanda: Cosa vuol dire essere NON pronti? Ed ho costruito il sillogismo “Esser
NON pronti vuol dire avere almeno uno di questi sentimenti: paura, pudore o vergogna”.
Siccome io non ho
nessuno di questi sentimenti vuol dire che sono pronta (questo è il vantaggio, o
la fregatura, di aver una mente addestrata al ragionamento logico-matematico).
Mia moglie Cristina,
in circostanze simili, avrebbe deciso con il cuore, con il sentimento, non con un ragionamento, e avrebbe indovinato, come sempre.
Fatto sta che dopo il
pranzo, dopo il dolce ed il caffè, in un momento di pausa tra le chiacchiere
post-prandiali, dico: “Devo farvi una comunicazione. Forse vi sembrerà strano, forse
vi inorridirà, ma non posso farci niente. Devo dirvi che ho intrapreso un percorso
di transizione sessuale. E potete dirlo a tutti, se vi capita.”
Ed, a questo punto,
devo descrivere gli atteggiamenti dei miei parenti.
Le mie cognate :
Sorridenti, accettanti, come qualcuno che non si stupisce della cosa, non come qualcuno
che, per esempio, manifestando un po’ di stupore, assume, senza comunque
inorridire, una espressione interrogativa, desiderosa di capire meglio.
Mio cognato: Invece fa
proprio la faccia stupita. Chiede. “Ma che vuol dire, che ti metti gli
orecchini, il rossetto? Perché ora non
pare, parli con la voce maschile, non
sembra niente.” Mia cognata Gina, che di suo é una gran figlia di buonadonna, gli
offre una spiegazione immediata, lapidaria: “Ehhh… niente. E’ che Mario diventa Maria,
semplice.”
Mia sorella : Un po’ impassibile, quasi distratta. Come se
la cosa non la riguardasse. L’unica cosa che
dice è “Ma Cristina lo sapeva ?” E lì’ le mie due cognate, in un attimo,
rispondono, ben prima di me: “Certo !”. Io solo faccio un cenno di assenso, con il capo, senza
dire niente.
Mio nipote: Non dice,
non interloquisce, fa un sorrisino. Del resto è un po’ autistico cioè è una
persona (che ho avuto anche come
impiegato per anni) che non riesce a sintonizzarsi sui pensieri altrui (forse
manco sui propri) ma è è efficientissimo nei compiti ripetitivi e sistematici.
A mio cognato dico : “Vedi
Antonio, ci sono cose che non devono essere spiegate perché non possono esser
capite. Se ti dicessi ora ti spiego questo teorema di analisi matematica differenziale
tu mi diresti: è inutile, non posso capirlo. Perciò non ti preoccupare, la cosa prenderà
un po’ di tempo e, piano piano, capirai".
Tutto finisce così. Un
altro giro di caffè e si ricomincia a chiacchierare
come se niente fosse accaduto.
Questo è stato un “coming
out” fatto di parole. Per esperienza altrui le cose cambiano - non poco - quando
lo si fa con i fatti.
Vedremo.
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