31 Marzo 2024 Pasqua : il coming out con le parole

Io non ho ormai una grande famiglia. I miei genitori non ci sono più da tempo e ancora prima sono scomparsi i loro fratelli. Prima facevamo grandi riunioni familiari a Pasqua e Natale ma tutto, piano piano, è finito e la grande famiglia di figli, nipoti, cugini, ziii padri e madri non c’è più.

Per me resta mia sorella, con suo marito e suo figlio, e qualche più o meno lontano cugino. Sua figlia, mia nipote, non la frequento (fu mia impiegata per 15 anni o più ma, quando la mia azienda andò in crisi, non ce la fece più e sparì, lasciandomi nei guai) e quindi non vado alle loro riunioni. Restano poi le mie cognate, sorelle di mia moglie che, teoricamente, non sarebbero più famiglia mia. Ma ormai dopo 40 anni di conoscenza e di tribolazioni sofferte e come se fossimo tutti di famiglia. Loro due sono proprio sole, non hanno parenti (qualcuno addirittura  in Australia) e quindi mia sorella ha invitato loro e me a pranzo, la domenica di Pasqua.

La mattina di quel giorno, svegliandomi, pensavo alle parole di Cristina : “ Lo dirai quando sarai pronto/a”. Ed, allora, con un classico metodo di analisi logica, ho invertito la domanda: Cosa vuol dire essere NON pronti? Ed ho costruito il sillogismo “Esser NON pronti vuol dire avere almeno uno di questi sentimenti: paura, pudore o vergogna”.

Siccome io non ho nessuno di questi sentimenti vuol dire che sono pronta (questo è il vantaggio, o la fregatura, di aver una mente addestrata al ragionamento logico-matematico).

Mia moglie Cristina, in circostanze simili, avrebbe deciso con il cuore, con il sentimento, non con un ragionamento, e avrebbe indovinato, come sempre.

Fatto sta che dopo il pranzo, dopo il dolce ed il caffè, in un momento di pausa tra le chiacchiere post-prandiali, dico: “Devo farvi una comunicazione. Forse vi sembrerà strano, forse vi inorridirà, ma non posso farci niente. Devo dirvi che ho intrapreso un percorso di transizione sessuale. E potete dirlo a tutti, se vi capita.”

Ed, a questo punto, devo descrivere gli atteggiamenti dei miei parenti.

Le mie cognate : Sorridenti, accettanti, come qualcuno che non si stupisce della cosa, non come qualcuno che, per esempio, manifestando un po’ di stupore, assume, senza comunque inorridire, una espressione interrogativa, desiderosa di capire meglio.

Mio cognato: Invece fa proprio la faccia stupita. Chiede. “Ma che vuol dire, che ti metti gli orecchini, il rossetto?  Perché ora non pare, parli con la voce maschile,  non sembra niente.” Mia cognata Gina, che di suo é una gran figlia di buonadonna, gli offre una spiegazione immediata, lapidaria:   “Ehhh… niente. E’ che Mario diventa Maria, semplice.”

Mia sorella :  Un po’ impassibile, quasi distratta. Come se la cosa non la riguardasse. L’unica cosa che dice è “Ma Cristina lo sapeva ?” E lì’ le mie due cognate, in un attimo, rispondono, ben prima di me: “Certo !”. Io solo faccio un cenno di assenso, con il capo, senza dire niente.

Mio nipote: Non dice, non interloquisce, fa un sorrisino. Del resto è un po’ autistico cioè è una persona  (che ho avuto anche come impiegato per anni) che non riesce a sintonizzarsi sui pensieri altrui (forse manco sui propri) ma è è efficientissimo nei compiti ripetitivi e sistematici.

A mio cognato dico : “Vedi Antonio, ci sono cose che non devono essere spiegate perché non possono esser capite. Se ti dicessi ora ti spiego questo teorema di analisi matematica differenziale tu mi diresti: è inutile, non posso capirlo. Perciò non ti preoccupare, la cosa prenderà un po’ di tempo e, piano piano, capirai".

Tutto finisce così. Un altro giro di caffè  e si ricomincia a chiacchierare come se niente fosse accaduto.

Questo è stato un “coming out” fatto di parole. Per esperienza altrui le cose cambiano - non poco - quando lo si fa con i fatti.

Vedremo.

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