A volte mi capita di sentire così :
E' come se invece che due soggetti, Mario e Marialisa ,ce ne fossero tre : Mario (il vecchio involucro, quasi sparito) e Marialisa (il nuovo involucro in trasformazione), e la mia coscienza che li alberga. Sento una specie di distacco, quasi extracorporeo, che dura un attimo ma che arrivo a percepire. Poi c'è fusione nelle cose comuni, ma certe volte - a Marialisa esclusivamente però, accade questo.
Voglio tentare un significato/spiegazione.
C'è solo un soggetto non tre. E' la mia (unica) coscienza che si adatta alla sua sede corporea in trasformazione, quasi come una rinascita, rimodulando sensazioni, percezioni, elaborazioni mentali, approccio emotivo, tutto, cercando di trovare un equilibrio complessivo, ma dinamico perché in mutazione continua. A volte questo legame tra corpo astrale e corpo fisico ( per usare in modo assolutamente impreciso termini esoterici ) si manifesta e io lo sento.
Ho voluto scrivere per fissare questa sensazione che provo con delle parole, sperando di esserci riuscita.
Ma, ora che ci penso, aggiungo una variante a questa spiegazione. In effetti a volte ho questa sensazione quando sono da sola magari in un luogo affollato ma, più spesso, questo istante straniante avviene quando mi chiamano, improvvisamente, "signora". Per esempio una cassiera per chiedermi quanti sacchetti voglio, oppure l'altro giorno quando avevo problemi alla macchinetta dei tagliandi del parcheggio. Mi è tornata in mente una cosa che ho scritto nel 2003 e che riporto qui sotto (è estratta da un thread che però è lunghetto e pieno di dialoghi di tanta gente)
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Approfondisco il concetto di identità.
Identità è un sinonimo di uguaglianza. E non è strano che sia così. Avere una identità significa essere uguali a se stessi. Cioè a quello che la mente, la memoria, ha immagazzinato come nostra immagine. Quest’ultima è restituita fedelmente dallo specchio, chiave di volta di ogni definizione di identità. Se la riscontriamo “uguale” a quella che il nostro cervello ha immagazzinato/idealizzato ecco che ci Ri-conosciamo.
Che non ci piaccia la nostra immagine maschile è un dato di fatto. La questione è se questo fatto assodato sia secondario o essenziale.
Ho riflettuto un po’ su quello che avete scritto e siccome le stesse parole le potrei fare mie mi sono data questa spiegazione.
Esistono non uno ma DUE specchi :
-Il primo specchio è piatto, argentato, e riflette, dopo percorsi estetico chirurgici più o meno complicati, una nostra immagine trasformata finalmente soddisfacente ai nostri preferiti canoni di genere eletto.
-Un secondo specchio tridimensionale è fatto di comunicazione sociale e ci restituisce la sensazione che i nostri comportamenti, atteggiamenti, (oltre che l’immagine nostra vista dagli altri) vengano percepiti come femminili. Dal sentirsi chiamare signora o signorina scaturisce la completezza (e l’euforia) della nuova identità di genere.
C’è altro ? Non mi pare.
La disforia, la transessualità ridotta all’osso, equivale a mettere d’accordo questi due specchi e fare in modo che riflettano quello che ci piace. Forse ha ragione qualcuno nel considerare secondario il primo specchio rispetto al secondo, ma propendo per dare ad essi valenza molto simile. Forse ci distinguiamo tra di noi proprio dal peso relativo che diamo a questi due aspetti.
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Vengo quindi alla seconda interpretazione dell'effetto straniante che provo.
La mia coscienza, che si ritrova normalmente in Marialisa nello specchio argentato ( la ricercata coerenza dell'immagine visiva), si ritrova in questo caso di nuovo nell'altro specchio, quello della comunicazione e del riscontro altrui.
Questo è uno specchiarsi improvviso, a volte inatteso, a cui non sono molto abituata ( penso/spero che mi abituerò) e per questo lo vivo come "il prendere coscienza" del mio corpo/immagine oppure, invertendo la dislocazione, come "il prendere corpo/immagine" della mia coscienza. Forse quest'ultimo modo somiglia all'altra spiegazione.
Al solito - chi legge sia indulgente - ho scritto per chiarire a me stessa i miei pensieri e fare un po' di ordine interiore.
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