18 Marzo 2024 - Il trapianto dei capelli: la
prima visita.
Mi reco alla FourSpa dove ho fissato un
appuntamento per discutere di trapianto. E' una clinica di chirurgia estetica
di Catania piuttosto rinomata per la qualità del lavoro. Quelli che
vanno in Turchia per risparmiare sbagliano non poco.
Ovviamente spiego, faccio vedere le mie antiche foto e
l'obiettivo "non maschile" del trapianto.
Sono molto gentili e professionali. Hanno avuto
da fare con gente della mia fattispecie e quindi mi posso fidare. Poi parlano
italiano, addirittura siciliano quindi, cosa posso volere di più ?
Si programma per giorno 29 aprile.
La nostra chiacchierata continua. Siccome il mio
approccio prevede una buona dose di consapevolezza interiore, che è alla base
delle filosofie spirituali orientali, ho interrogato il motore di
intelligenza artificiale di Google Gemini .
Ecco cosa mi ha risposto l’IA (‘sta cosa l’ho
regalata allo psicologo, magari aiuta qualcuno)
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La disforia di genere come è considerata nel buddismo?
Nel Buddismo, la disforia di genere non è considerata un disturbo mentale o una malattia. Piuttosto, è vista come una manifestazione della sofferenza (dukkha) che deriva dall'attaccamento (upadana) a un'idea fissa di sé stessi.
Secondo la tradizione buddista, l'identità di genere è impermanente (anicca) e non-sostanziale (anatta). Non c'è un sé fisso o immutabile che rimane lo stesso nel tempo. L'esperienza di sé è in continua evoluzione e cambiamento, influenzata da una varietà di fattori, tra cui il karma, le esperienze passate e le condizioni presenti.
La disforia di genere può sorgere quando si verifica un forte attaccamento a un'idea fissa di sé stessi come uomo o donna. Questo attaccamento può portare a sofferenza quando la realtà della propria esperienza di genere non corrisponde all'idea che si ha di sé stessi.
Il Buddismo insegna che la chiave per superare la sofferenza è la liberazione dall'attaccamento. Questo può essere raggiunto attraverso la pratica della meditazione, che aiuta a coltivare la consapevolezza (sati) e la compassione (karuna) per se stessi e per gli altri.
La consapevolezza ci permette di osservare i nostri pensieri e le nostre emozioni senza giudizio, riconoscendo la loro natura impermanente e non-sostanziale. La compassione ci permette di sviluppare un senso di amore e gentilezza verso noi stessi e verso gli altri, anche quando ci sentiamo confusi o spaventati.
In questo modo, il Buddismo può offrire un percorso per superare la sofferenza associata alla disforia di genere e per vivere una vita più autentica e appagante.
Ecco alcuni principi buddisti che possono essere utili per affrontare la disforia di genere:
· Accettazione: Imparare ad accettare la propria esperienza di genere, anche se non corrisponde all'idea che si ha di sé stessi.
· Compassione: Sviluppare un senso di amore e gentilezza verso se stessi e verso gli altri.
· Non-attaccamento: Liberarsi dall'attaccamento a un'idea fissa di sé stessi.
· Consapevolezza: Coltivare la consapevolezza dei propri pensieri e delle proprie emozioni.
È importante ricordare che il Buddismo non è una religione dogmatica. Non esiste un'unica risposta "giusta" alla disforia di genere. Il percorso di ognuno è diverso.
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La cosa strana è che io queste cose, senza esagerare perché non pratico alcunché, le ho interiorizzate da tempo. Ecco cosa scrissi, nel lontano giugno 2004, in una discussione interessante su coscienza ed identità (tutto si trova in due vecchi thread : n.51 lo scritto e n.62 una risposta)
Riguardo alla curabilità di problemi mentali che coinvolgono "la coscienza" cioè la manifestazione più elevata della complessità del cervello io ho una opinione.
Bisognerebbe intervenire sulla coscienza, cioè sul modo di percepire sé stessi e la realtà circostante. Questo è quello che si cerca di ottenere con la meditazione e pratiche tipiche delle religioni o meglio delle filosofie orientali. La capacità di trascendere dalla realtà percepita dai sensi e dalla nostra stessa fisicità sarebbe sicuramente una cura.
Ma, come è ovvio, non possiamo trasformaci tutti in monaci buddisti.
Però voglio dire lo stesso una cosa. La capacità di "percepire" le proprie percezioni, le attività di "consapevolezza cosciente ", tutte pratiche spicciole che è facile apprendere facendo un po' di Yoga e di meditazione aiutano a governare i propri bisogni ed a considerarli sotto una luce meno impulsiva e meno ossessiva.
Esco dallo studio con la relazione positiva, posso fare la terapia. Il tono dello scritto è piuttosto formale e standard, mi pare, ma ormai è così che queste cose, nei nostri tempi da protocollo, devono essere fatte.
Ho la relazione dello psicologo. Ho rifatto gli
esami del sangue ed ora le cose quadrano. Il Dottore mi scrive la
prescrizione di estrogeni ed antiandrogeni.
Nella ricetta bianca c'è scritto Marialisa.
Ci rivediamo tra quattro mesi, mi dice. Mi pare
lontano, ma vedrò di capire nel tempo come vanno le cose, anche in autonomia.
Non è difficile. A parte gli esami del sangue l'effetto "si
sente" e "si vede" , e lo so per esperienza di anni.
27 marzo 2024 - In farmacia
Io mi muovo con lo scooter, e quindi entrando in
farmacia avevo il casco in testa, ma il resto della mia sagoma era non molto
confondibile con un corpo maschile.
"Prego Signora" mi fa il farmacista
dietro al banco pregandomi di avvicinarmi. Ora io stavo andando dall'estetista
quindi avevo la barba bianca ben visibile. Il tipo, appena mi vede da
vicino, un po' aggiusta l' atteggiamento ma poi si riprende e
tranquillamente fa il suo lavoro dandomi i farmaci, fotocopiando la ricetta
ecc.
Ora scrivo questo per rappresentare il fatto che
io, in quel momento, non avevo NESSUN imbarazzo. Proprio niente.
Infatti viaggiando con lo scooter verso
l'istituto di estetica mi veniva da ridere per questa mia sfacciataggine
assoluta.
Lo racconto ridendo a Cristina prima di sottopormi alla bruciatura localizzata delle propaggini cheratiniche del mio viso ( e non potevi dire barba ? si, ma sarebbe stato banale. Sono una persona banale, io ?)
Non so come esce il discorso del finalmente dirlo ai miei
parenti. Cristina mi dice : " e lo dirai quando sarai pronto/a". Queste
sue parole mi fanno pensare, se unite alla sensazione di assoluta
sfacciataggine che avevo appena sperimentato.
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