THREAD N.RO 51
Da: "Maryliz"
Data: Lun Gen 5, 2004 10:44 am
Oggetto: La coscienza e l'identità, il conflitto interiore e il lasciarsi andare
Questo è un messaggio che era restato incagliato tra le mail non spedite. Qualche giorno fa, incontrando e discutendo con Simona, la fondatrice filosofa di questa ormai languente lista, mi è tornato in mente …
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Questo scritto è il frutto di un bel po’ di mie letture recenti su mente e cervello e sui più recenti progressi delle scienze cognitive ( alla luce delle quali la psicologia di Freud mi appare come una banale semplificazione metodologica..)
Avrete notato il titolo del messaggio piuttosto articolato.
E’ così perché anche il discorso che segue sarà articolato e premetto che il mio sarà un ragionamento di tipo scientifico. Perciò non vi aspettate qui storie su anima, superiorità della specie umana, centralità dell’uomo nell’universo, ecc. ecc.
Ciò farà inorridire chi ha una visione metafisica di tutto ma non ci posso fare niente. Chiedo perdono :-)
La coscienza e l’identità
In quanto esseri umani noi siamo esseri coscienti. Anche se non è ben chiaro in cosa consista la coscienza sembra che ci differenziamo da altre specie animali per questa dote introspettiva.
Noi sappiamo di essere.
Abbiamo quello che qualcuno chiamò “occhio interno della mente” che ci fa percepire il flusso della nostra stessa esistenza.
Ci piace anche pensare che la “coscienza di se” risieda in alcune specie animali oltre la nostra. Noi antropizziamo cani, gatti, uccellini, pesci, anche oggetti a volte. Però probabilmente loro non hanno coscienza di se. Vivono, mangiano, sicuramente hanno sentimenti, ma non hanno coscienza di se.
Sembra che solo gli scimpanzé, che riescono a riconoscersi allo specchio, siano gli animali (?) che più di ogni altro – e ciò ad ulteriore dimostrazione delle nostre origini evolutive - hanno una mente che potrebbe contenere tra i suoi processi più elevati una coscienza.
L’esperimento dello specchio e dello scimpanzé presuppone che la coscienza di se sia qualcosa che si raggiunge attraverso un riconoscimento sensoriale.
Toccarsi, vedersi, udirsi è la prova della nostra stessa esistenza. E’ in virtù di questo feedback sensoriale che noi sappiamo di esistere.
La teoria del funzionamento della mente che considererò nel seguito è una teoria riduzionista. Anche se ci sono altre teorie è comunque la teoria che mi piace adottare perché è quella che trovo più convincente. Ipotizza che la mente sia un aggrovigliato insieme di processi complicatissimi ma comunque riducibili a processi sempre più semplici (riduzionismo questo vuol dire) fino a diventare elementari tanto quanto la scarica di una sinapsi neuronica.
E, allora, come ci riconosciamo ? Qual è il processo per cui, guardandoci allo specchio, pensiamo: “ ecco, quello scorfano, sono io ” ?
Evidentemente abbiamo nel nostro cervello una immagine di noi. Una rete di neuroni rappresenta la nostra immagine, noi la confrontiamo con quanto arriva dalla retina e ci riconosciamo. Ecco uno di quei processi elementari, una specie di software : Processo di riconoscimento.
Ad esempio un altro processo è quello che ci rende questa immagine più o meno piacevole; altra subroutine: Processo di valutazione estetica.
Notate che, come ogni software che si rispetti, questi processi usano la memoria per funzionare: ricordiamo cosa ci piace, riconosciamo cosa abbiamo già visto, e tutto questo è conservato in circuiti neuronici che si attivano richiamati da una specie di FAT che risiede nell’ippocampo, area del cervello facente parte del sistema limbico cioè quello deputato alla gestione delle emozioni.
Questa corrispondenza tra capacità di memorizzare ed emozioni è qualcosa che tutti sperimentiamo : infatti ricordiamo quello che ci emoziona di più e dimentichiamo facilmente il resto.
E’ importante comprendere (e questo ha sottili risvolti filosofici) che quello che noi memorizziamo è diverso dalla realtà. Noi memorizziamo la rappresentazione cerebrale della realtà percepita attraverso i sensi. In sostanza il cervello “emula” la realtà. Questo processo di emulazione ci permette anche di immaginare eventi e oggetti inesistenti, di concepire mondi irreali, di sognare trasformazioni fisicamente impossibili.
C’è da aggiungere a questo punto che tutte le nostre conoscenze e tutta la struttura mnemonica del cervello è costruita attraverso l’emulazione. Cioè noi apprendiamo emulando con opportune reti neurali la realtà.
Ed ogni volta che noi vediamo qualcosa la confrontiamo con quello che già abbiamo appreso e immediatamente la riconosciamo oppure no.
Ecco siamo arrivati molto rapidamente al punto.
Ai bambini si chiede : cosa farai da grande ? E i bambini rispondono con un qualche archetipo da emulare. All’inizio i loro riferimenti sono il papà e la mamma o figure parentali equivalenti, più avanti con l’età saranno figure simboliche più complesse. Evidentemente hanno trasportato nella loro mente queste figure simboliche e si predispongono ad assumere una identità cercando una emulazione cerebrale di certi ruoli. Semplicemente sono stimolati da quei ruoli e li trovano attraenti, piacevoli, meritevoli di soddisfazione e di ammirazione. Mi piacerebbe essere dottore, minatore, aviatore, infermiera, ecc.
E' quello che si dice, no?
L’identità (futura) è quindi il risultato di un Processo di emulazione con risultati per noi piacevoli.
Da recenti studi di scienze cognitive sembra che l’attività di emulazione del cervello sia seconda solo alla attività dedicata alla sopravvivenza.
Cioè sembra che vivere sia essenzialmente sopravvivere e, subito dopo, emulare. Emulare quindi come assumere sembianze e comportamenti mescolandoli tra di loro fino a formare una nostra personalità.
Non è un caso che la parola identità significhi anche uguaglianza e quindi arrivo alla mia ipotesi : La nostra identità è il costrutto di processi emulativi che ci spingono ad assumere sembianze, comportamenti, conoscenze che ci rendano simili a certe figure reali (o anche ideali) che si sono strutturate nel cervello in qualche momento della nostra vita.
Non vorrei che si equivocasse sul significato da dare alla parola “emulazione”. Non emulazione come falsità, finzione, caricatura, bensì come creazione nel cervello di una rappresentazione della realtà esterna e di quello che noi siamo.
La mia ipotesi sulla natura della DIG è che uno di questi processi emulativi nella nostra remota infanzia abbia deviato rispetto alla normalità di quelli tipici del nostro sesso di nascita e, perciò, siamo diventate vittime della disforia di genere. Nella mappa del nostro cervello non troviamo l’emulazione di nostro padre o di qualche altro archetipo maschile come esempio utile alla definizione di una nostra identità. O forse è bastato non avere sufficienti spinte emulative in tal senso.
Ho sottolineato uno perché di questi processi emulativi ce ne sono stati moltissimi. Sono tutti quelli che hanno formato la nostra personalità. Per cui è possibile che amiamo essere motociclisti perché fin da bambini abbiamo ammirato e amato le moto e, contemporaneamente, l’ammirazione per la femminilità sia spinta a tal punto da voler emulare le donne. E quindi, se la spinta è sufficientemente forte, fare di tutto per essere e diventare donna e, contemporaneamente, voler godere dell’ebbrezza e della potenza di una due ruote.
Il conflitto interiore e “il lasciarsi andare”
Se il nostro cervello si dibatte tra processi di sopravvivenza e processi di emulazione nasce allora quello che sinteticamente chiamerei “conflitto interiore”.
Bisogni di sopravvivenza si scontrano tra di loro e con i bisogni di emulazione.
Un esempio è il conflitto interiore di chi mangia ed è obesa, fatto dello scontro interiore tra la fame e il bisogno di emulazione di un archetipo di bellezza e magrezza. Chi riesce a mettersi a dieta evidentemente “non si lasca andare” all’esagerato bisogno primario del cibo, mentre chi continua a mangiare si “lascia andare” trascurando quel desiderio di emulazione che evidentemente era meno forte e meno motivato.
L’estensione alla disforia, al disturbo di identità di genere, è immediata. C’è chi si lascia andare ai suoi bisogni emulativi di getto, incoscientemente a volte, anteponendoli a qualsiasi altro bisogno esistenziale. C’è chi invece pesa, pondera, valuta e misura ogni scelta, a volte con esagerata meticolosità. Entrambi comportamenti esagerati e quindi, forse, errati, ma entrambi comportamenti maledettamente umani.
L’ho fatta lunga.
Buone riflessioni.
Maryliz
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