Accadono coincidenze.
Alcune sono banali, quotidiane, praticamente invisibili alla nostra percezione. Altre invece, misteriosamente e per destino, costituiscono un concatenamento con ricordi e fatti presenti e meritano di essere rilevate e raccontate.
L'altro giorno, merito forse dell'ondulazione del mare, sul magico e potente gommone di Rossella, ho parlato alle care amiche di un autore del quale possiedo molti dei libri che ha scritto, forse tutti. Douglas Hofstadter, matematico e filosofo della mente, tratta nei suoi scritti, spesso insieme ad un altro filosofo notissimo Daniel Dennet, dell'origine della coscienza. Negli anni 80/90 le loro teorie erano seguite e anche io, a quel tempo, non essendoci alternative mediatiche di qualche tipo, seguivo, leggevo, studiavo e pure mi convinsi, nei limiti di queste cose.
Inciso in sintesi, per i curiosi
La loro tesi è che la coscienza sia un fenomeno "emergente" dalla complessità del cervello ed in particolare dalla "ricorsività" della consapevolezza di se. Come una telecamera che riprende lo stesso monitor nel quale è proiettato il video : una che vede l'altro che poi vede l'altro che poi vede di nuovo.... all'infinito.
E questo tendere all'infinito, in una reazione a catena di consapevolezza, genererebbe la coscienza di se. Per loro il cervello sarebbe un computer biologico che riconosce se stesso e così via e - da una iterazione senza fine - scaturirebbe la coscienza.
Ora, dopo 40 anni abbondanti, cioè una vita di accadimenti, letture, ricerche e ritrovamenti ho cambiato idea rispetto a questa spiegazione, pur sempre speculativa, si intende.
Per me, il cervello, più che un computer che vede se stesso, è un sintonizzatore e proiettore di realtà, capace di leggere il passato ( lo chiamiamo memoria), il presente ( lo chiamiamo realtà), e, ogni tanto, anche il futuro ( lo chiamiamo precognizione ). La coscienza sarebbe precedente a questi processi ed albergherebbe altrove che nella materia grigia. Troverete spiegazioni ed approfondimenti in altri post di questo blog.
Fine dell'inciso
Oltre ad uno dei libri da lui scritto, il più famoso del quale ho accennato sulla barca, al mio ritorno a casa, mi è tornato in mente il titolo di un altro suo libro la cui lettura, una ventina d'anni fa, mi diede una forte emozione. Retrospettivamente, le frasi, il racconto presente in un capitolo di quel libro, risultano simili al mio vissuto ed al tipo di rapporto d'amore che ho avuto (l'unico). Forse fu un momento di precognizione quella antica lettura, chissà.
Sono tornata nella mia vecchia casa per recuperarlo dalla mia biblioteca in fase di svuotamento per il trasloco imminente - per modo di dire - ormai da anni. Questa biblioteca - proprio la struttura intendo - ha un valore importante per me e lo spiegherò più avanti.
Douglas Hofstadter perse sua moglie Carol- che aveva solo 43 anni - a causa di un tumore al cervello fulminante.
Nel libro racconta della sua elaborazione del lutto, eterodossa rispetto agli altri di un gruppo di aiuto per vedovi anzitempo. Lui pensava non solo al suo dolore ma all'ingiustizia che Carol aveva subito, a non poter più crescere i suoi figli (5 e 6 anni) ed a non poter più perseguire gli obiettivi di vita suoi personali, di famiglia e di coppia.
Scrive nel libro :
Un giorno, mentre stavo fissando una fotografia di Carol scattata un paio di mesi prima della sua morte, guardai il suo viso, e lo guardai così intensamente che mi sembrò di essere dietro i suoi occhi, tanto che d’un tratto mi ritrovai a dire, mentre sgorgavano le lacrime: «Quello sono io! Quello sono io!». E quelle semplici parole mi riportarono alla mente molti pensieri che avevo avuto in passato sulla fusione delle nostre anime in un’entità di livello più alto, sul fatto che al centro di entrambe le nostre anime ci fossero i nostri identici sogni e speranze per i nostri figli, sull’idea che queste speranze non fossero speranze separate o distinte ma fossero appunto un’unica speranza, un’unica cosa chiara che ci definiva entrambi, che ci saldava insieme in un’unità, il genere di unità che avevo solo vagamente immaginato prima di essere sposato e avere figli. Mi resi allora conto che, nonostante Carol fosse morta, quel suo nucleo centrale non era affatto morto, ma continuava a vivere con grande determinazione nel mio cervello.
E poi scrive anche :
Continuo però a cercare di capire quanto radicato sia il mio credere che qualcosa della coscienza di Carol, della sua interiorità, rimanga su questo pianeta in virtù dei ricordi di lei che ho io (nel mio cervello o su carta) e che hanno altre persone. Essendo un convinto assertore della natura non centralizzata della coscienza, del suo essere distribuita, tendo a pensare che, sebbene la coscienza individuale risieda soprattutto in un particolare cervello, essa sia pure in qualche misura presente anche in altri cervelli, e che perciò, quando il cervello centrale viene distrutto, minuscoli frammenti dell’individuo vivente restino – cioè restino in vita.
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E io, come Hofstadter, non dimentico e così Lei vive in me.
Scrissi in un post un anno fa questo :
Io avevo un modello mentale di Cristina, ne simulavo - ne simulo ancora - i pensieri e il suo modo di essere. Per questo ho gioito con Lei, l'ho affiancata nella sua crescita e nella lotta alle sue paure, e di Lei, poi, ho potuto capire che, nell'accettazione del mio modo di essere che Le avevo rivelato, non poteva andare oltre.
Mi seppi perciò fermare perché il mio amore era come quello spiegato in quel video da cui trassi spunto, non pura passione, ma nasceva da una elaborazione cognitiva, consapevole, della rappresentazione di Lei.
E poi ho sofferto con Lei il male, quasi quanto Lei, e ho sentito in me l'angoscia, la rabbia, la profondissima tristezza : ero in Lei e bruciavo dentro.
Anche Hofstadter racconta del suo essere "uno in due", del fare cose insieme, del condividere pensieri e scrive :
Avevamo esattamente le stesse sensazioni e reazioni, esattamente gli stessi sogni e sospiri, esattamente le stesse speranze e paure. Quelle speranze e quei sogni non erano miei o di Carol separatamente e poi moltiplicati per due – erano un unico insieme di speranze e sogni, erano le nostre speranze e i nostri sogni.
Posso fare mie (anzi nostre) queste parole. Quella biblioteca a caselle fu fatta da me e da Lei in cartongesso, insieme. E' un esempio tra tanti altri, e fu un lavoro eccezionale nel quale unimmo la mia capacità tecnica e la sua perseveranza manuale, intrisa di perfezionismo artistico. E, come ho detto più volte, il nostro era un amore fatto di sincronicità : vivevamo lo stesso tempo, gli stessi ritmi, gli stessi obiettivi e questo per noi era sufficiente, non avevamo bisogno d'altro.
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Il 26 agosto saranno passati tre anni da quando Cristina ha lasciato il suo corpo e me. Nel mio ricordo c'è la sua presenza, e posso richiamare facilmente il suono della sua voce, e il profumo della sua pelle.Ti amo ancora, Cristina.
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