SENTIRMI (nella voce) per ESSERE

Ieri ho ricominciato le lezioni di logopedia. 

Ho ripreso con Silvia, simpaticissima e gentile insegnante di "Perfezionamento vocale", così sarebbe definita la lezione che ho seguito. In verità, per come Silvia  sviluppa e spiega la lezione, la definirei (per me) meglio "Filosofia della voce ".

Infatti c'è molto di filosofico perché intravedo rappresentazione del senso, dell'estetica, oltre che, più propriamente, della conoscenza dei meccanismi della voce quali timbro, lancio modulato delle parole, respirazione, orchestrazione ( come raccontai già in questo post, tempo fa). 

Con lei ho discusso del mio obiettivo primario in questa rieducazione . Come lo specchio ottico è fondamentale  per ri-conoscermi,  così è  altrettanto importante per me lo specchio acustico, cioè io devo sentire un cambiamento nella mia voce tale da riflettere e completare la mia nuova identità.

La mia voce, con le sue cadenze, il suo volume, le sue frequenze, specialmente quando parlo di getto, cioè quando è la mia mente a pilotare direttamente l'apparato di fonazione, è quella del mio alter-ego maschile. Io lo sento, e mi infastidisce, tanto quanto mi infastidirebbe se mi vedessi con tracce di barba mentre sono in abiti femminili (orrore !).  Il fatto è che - e Silvia concorda - è come se parlassi con la mia "lingua madre", fluentemente, senza intoppi, con la articolazione dialettica e la proprietà di linguaggio acquisita nei decenni e decenni del mio parlare. A questo si aggiunge, peggiorando il tutto, la mia deformazione professionale di ingegnere consulente, di "problem solver", che è fatta di autorevolezza, forma non dubitativa, razionalità. Tutte caratteristiche che potremmo, senza tanto sbagliare, classificare  come "maschili". O meglio appartenenti alle maschere maschili ( ne ho un bel po') che cerco di distruggere, o almeno neutralizzare, per acquisire ( con moderazione ) alcune maschere femminili ( ci sono anche quelle, e non poche).  Un vantaggio di questa fase intermedia del mio essere è che riesco, fortunatamente, a percepire una autenticità sottostante, né maschile né femminile, che evidentemente deve esserci in ognuno di noi, ma che non è facile rivelare introspettivamente. 

Dopo la lezione -utilissima perché Silvia è una miniera di metodi, ed atteggiamenti anche immaginifici (e questi mi piacciono tanto ) - ho riflettuto su una cosa che succede e, la cui causa attribuivo ad altro, a qualcosa di più generale. La cosa è che   tra  i miei parenti e gli amici nuovi che frequento,  tutte persone normalissime e gentilissime nei mie confronti,  capita - non spesso, ma capita -  che venga fuori un "lui" nel riferirsi a me.  Non è fatto intenzionalmente, ma automaticamente nel parlare,  e nel discutere reciprocamente tra di noi.

Tanto per spiegare rapidamente che intendo : se Marylin Monroe avesse avuto la voce di Clark Gable allora, anche spesso, l'avrebbero appellata come "LUI".  In sostanza ( ma ci vorrebbe una spiegazione scientifica che non è alla mia portata, vado ad intuito )  la voce guidata d'istinto dalla nostra mente  (quella del senza pensarci troppo) dipende primariamente da quello che la mente sente con le orecchie, dalle parole e dalle frasi percepite e, inevitabilmente, se la voce è maschile, o non sufficientemente femminile, l'automatismo LUI  scatta (anche perché sanno di me, e questo è ovvio, ma non lo dimenticano).

Questa consapevolezza  mi spinge ancor più ad impegnarmi per questo perfezionamento della mia voce che per ora, solo apparentemente, è accettabile. In realtà non lo è : lo sento e ne ho la controprova in quello che ho scritto.

Io ho sempre affermato, in controtendenza con la vulgata gender, che prima viene l'essere e poi il sentirsi ( ad esempio in questo post recente "Woman nel basamento"). Se adesso uso i due significati del verbo italiano "sentire" le cose si intrecciano :

SENTIRMI (nella voce) per  ESSERE e quindi SENTIRMI (nell'anima)




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