La solitudine

La solitudine è una condizione che vivo spesso. La mia solitudine non è immobile, non è un sonno personale, o una silenziosa meditazione. Quasi sempre faccio qualcosa, lavoro per la casa o per la mia professione ma la mia mente è anche spesso distratta, la mia concentrazione è discontinua, ho pensieri che mi riguardano, con i quali mi faccio domande e cerco risposte. 

Quando sono in solitudine vedo chiaramente che  essere Marialisa o Mario vuol dire indossare maschere differenti. Uso la parola "maschera" come sinonimo di "persona",  secondo il lessico di Jung,  che sto leggendo recentemente con piacere. 

Ma io non sono le mie maschere. Quindi chi sono ?

Tempo fa scrissi questo in un altro post, parlando di trasloco della mia coscienza

Ecco quindi i tre soggetti : Mario, Marialisa, e la mia coscienza che li alberga.
Mi è venuta in mente una metafora e la riporto qui per svilupparla meglio.
Mario è la casa che NON amo :  alla mia coscienza non  piace viverci perché è senza colore e senza luce, angusta negli spazi, quasi le da fastidio pulirla ed arredarla, e lo ha fatto finora per necessità.
Marialisa è la casa che mi piace : alla mia coscienza piace viverci e viverla, la trova confortevole, luminosa e ampia, adora arredarla, profumarla e aggiungere fiori e colori. 
La mia coscienza sta  traslocando, e in questo mi considero diversa da altre mie simili, che, tanto per mantenere la metafora : si piazzano nel centro del soggiorno, chiudono gli occhi (la mente),  e si fanno demolire e ricostruire la casa attorno come se a loro (nella mente) non cambiasse niente.
Invece, per una mia complessità, la mia coscienza riconosce entrambe le due case, e nel passare da una all'altra non butta via tutto, qualcosa di utile e meritevole pur c'è, magari  qualche suppellettile (attitudine ) o attrezzatura (abilità).
Questa percezione complessa fa parte della mia coscienza che, quasi sicuramente, non potrà mai dimenticare la prima casa, saprà sempre di averci vissuto, magari guardando una vecchia fotografia.

Con quella metafora sostenevo lo stesso concetto : L'abitante di quelle case è la mia coscienza, la mia anima, il mio autentico SE.

Ma se è così il genere sessuale (assieme a tante altre caratteristiche personali)  risiede  solo nella maschera che indossiamo. 

Ovviamente a farlo per tutta la vita non ce ne accorgiamo neppure. Più in generale, è proprio questo confondere la maschera che indossiamo ( o che vorremmo indossare) con il nostro SE, quella condizione di NON autenticità che  determina problemi psicologici lievi o gravi, come capita a molti, tanti, quasi tutti.

I miei momenti (giornate intere 😔) di solitudine a casa sono anche tali che, per ragioni pratiche,  raramente indosso abiti particolarmente femminili, ovviamente non mi trucco, metto un berrettino invernale, per non parlare del fatto che i miei abiti devono resistere alla esagerata esuberanza del mio cane. Quindi la maschera di Marialisa non c'è in tutta evidenza, ma non c'è neanche quella di Mario perché allo specchio - quando ci passo davanti - posso sbirciare le mie nuove forme. Quando mi penso, però, mi penso al femminile : e mi sento solA non solO. Questa è la parte della maschera di Marialisa che ormai, naturalmente, resta comunque appiccicata.

Ma quando esco, anche solo per fare la spesa, o con gli amici in compagnia, Marialisa è completa, presente, reale, perché tutti i pezzi della nuova persona ( alias maschera) vanno a posto e mi sento bene, molto meglio che nei momenti di solitudine.

Questa mia elaborazione psicologica è quella che mi è servita per vivere vent'anni con la maschera di Mario. Io percepivo chiaramente che di maschera si trattava e quindi, sapendo che potevo mentalmente liberarmene,  era per me più leggera  ed ho così vissuto pienamente quei lunghi anni, senza infliggere dolore a chi mi era più caro, neanche  a me stessa.     

PS. E' stato un post complicato da scrivere. L'ho fatto in un momento di solitudine proprio per chiarirmi turbinosi pensieri.

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