Oggi, nel pagare la seduta di elettrocoagulazione, chiacchieravo con Elena, la ragazza che è al desk dell'istituto d'estetica, parlando della voce e di altre cose a me relative. Ad un certo punto Elena, a me rivolgendosi, dice : "Ma se lei si sente .... ". Donna intendeva, ma io la interrompo per precisare la mia filosofia, che lei non può conoscere.
Intanto le dico "Vedi, Elena, per me è diverso; io antepongo l'essere al sentire" e, per spiegarle meglio, le racconto questo episodio accaduto proprio ieri.
Sono andata in un centro commerciale per fare un po' di spesa, vestita così, piuttosto normale, direi.
Però prima di entrare al supermercato, ho voluto curiosare in qualche negozio della galleria , che cominciano gli sconti. Poso gli occhi su dei vestiti di maglina, taglia unica, e mentre guardavo e toccavo, una ragazza, o meglio una giovane donna, vicinissima a me, fruga nello stesso appendiabiti dicendo al suo compagno ( un ometto un po' viscido ai miei occhi ... ) che non capisce le taglie. La ragazza non leggeva ( o non capiva) l'inglese dell'etichetta che diceva "ONE SIZE" . Io, per solidarietà (femminile ?), le dico " Sono tutti taglia unica". Lei, di rimando, riporta la notizia al tipo che l'accompagna dicendo : " Ah! La signora dice che sono taglia unica ".
Ecco in quel momento, a quel "signora" , per un attimo, ho avuto consapevolezza di me.
Mi sentivo perché ero.
Questa sensazione l'ho spiegata più volte in questo blog ( lo trovate qui ) ma ora la voglio integrare con la metafora della coscienza e delle due case che ho scritto qui.
Mi sentivo significa che abitavo ( la mia coscienza) nella nuova casa (Marialisa).
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Chi legge faccia un esercizio di immaginazione.
Voi abitate una casa per decenni e decenni, per una vita, ne conoscete tutto, ogni angolo, ogni piastrella, dalle finestre avete visto il mondo, dentro avete sofferto, gioito, visto morire i vostri cari, l'avete ristrutturata, mantenuta non male, l'avete bene o male arredata, e ne avete avuto le chiavi anche per chiudervi dentro in riflessione e solitudine. Non l'avete mai amata come casa ma dentro, nonostante questo, avete fatto tanto, anche con un certo successo. Siete stati un tutt'uno con questa casa, per decenni e decenni.
Ora, per un disegno del destino, potete lasciarla (e qui mi vien giù qualche lacrima d'emozione).
Ed ecco appare la villetta dei vostri sogni e cominciate un difficile trasloco ma ancora è assolutamente incompleta, abitabile ma senza lampadari, piena di scatoloni, non sapete ancora dove appendere quadri e posare la cassetta degli attrezzi. Da fuori è carina, piacevole, qualcuno dice "fine ed elegante" ed esagera, ma nel suo interno è un casino. Quando siete dentro e squilla il citofono ("Signora!") voi trasalite e vi accorgete di abitarla e ne siete contente, ma sapete che dovete ancora fare un sacco di lavoro per sistemare tutto e sentirvi, finalmente, "a casa vostra".
Ecco perché io affermo che "antepongo l'essere al sentire". Perché non puoi abitare una casa senza averla, senza viverci realmente dentro, pur con tutto il disordine e il casino dei primi giorni, mesi od anni. Altrimenti sono solo fantasie "immobiliari", forse anche utili se si cerca casa, ma sempre di fantasie si tratta.
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